un ragazzo con folta barba bacia una ragazza sulla guancia

Il trattamento del tumore al testicolo non porta necessariamente all’infertilità

Tumore al testicolo

Il trattamento chemioterapico post-operatorio non porta necessariamente all’infertilità

I giovani ai quali è stato diagnosticato il tumore al testicolo spesso sono sopraffatti dall’idea che il trattamento della malattia possa mettere a rischio la loro capacità di diventare padri. I dati di una nuova ricerca dovrebbero però essere in grado di rassicurarli: durante la sperimentazione il numero di spermatozoi misurato in uomini che avevano ricevuto un solo ciclo di chemioterapia o radioterapia dopo l’intervento chirurgico del carcinoma testicolare allo stadio precoce, ha subito un calo nel breve termine, per poi salire di nuovo ad una conta normale.

Quello che la scienza già conosceva è che diversi cicli di chemioterapia, o alte dosi di radioterapia somministrate a uomini con carcinoma testicolare più avanzato, possono ridurre il conteggio e la concentrazione degli spermatozoi, ma non era chiaro se un singolo ciclo di chemioterapia o radioterapia avrebbe avuto lo stesso effetto.

Per scoprirlo, un gruppo di ricercatori ha esaminato 182 soggetti di età compresa tra i 18 ei 50 anni che hanno subito un intervento chirurgico per il cancro del testicolo di stadio 1. L’intervento è stato seguito da un ciclo di chemioterapia, un corso di radioterapia o nessun ulteriore trattamento.

A questo punto è stato chiesto ai soggetti della ricerca pubblicata lo scorso 24 Febbraio su Annals of Oncology, di fornire campioni di sperma sei mesi, un anno, due anni, tre anni e cinque anni dopo l’intervento.

Non abbiamo riscontrato alcun effetto dannoso a lungo termine clinicamente significativo né nel numero totale di spermatozoi né nella loro concentrazione, indipendentemente dal tipo di trattamento postoperatorio ricevuto – ha dichiarato Kristina Weibring, oncologa presso l’ospedale universitario Karolinska di Stoccolma e ricercatrice a capo dello studio.

Tra i pazienti che hanno ricevuto la radioterapia c’è stata una netta diminuzione del numero medio di spermatozoi e della concentrazione sei mesi dopo il trattamento, non in quelli che hanno invece affrontato un ciclo di chemioterapia – ha proseguito la Weibring – Tuttavia il numero di spermatozoi e la loro concentrazione sono tornati normali anche nel primo gruppo già dopo sei mesi dalle cure post-operatorie.

La dottoressa Weibring ha ricordato l’importanza del ciclo di chemioterapia postoperatoria, visto che si è dimostrato in grado di allontanare sostanzialmente il rischio di recidiva, riducendo così il numero di pazienti che devono essere trattati invece con diversi cicli di chemioterapia.

Il tumore al testicolo è la forma di cancro più comune nei giovani maschi di età compresa tra i 15 ei 40 anni. Tutti i pazienti in questa condizione vengono sottoposti a intervento chirurgico per rimuovere il testicolo colpito dalla malattia: una procedura chiamata orchiectomia.

I pazienti con tumore al testicolo sono spesso giovani uomini che vogliono generare figli. Abbiamo riscontrato in molti casi che i pazienti temono il potenziale rischio di infertilità causato dal trattamento chemioterapico. Noi speriamo che questi risultati forniscano loro una solida base per essere rassicurati e per affrontare la terapia nella maniera più proattiva possibile – aggiunge la dottoressa Weibring.

Mentre i risultati sono promettenti, rimangono necessari ulteriori studi di approfondimento.

Raccomandiamo sempre ai nostri pazienti di rivolgersi comunque ad una banca per la conservazione del seme prima dell’orchiectomia, in quanto un certo numero di uomini può avere una bassa conta spermatica già al momento della diagnosi che persiste anche dopo il trattamento postoperatorio – conclude la Weibring.

La scoperta che un ciclo di chemioterapia ha un impatto minimo sul numero di spermatozoi offre speranza a migliaia di pazienti in tutto il mondo, ma dobbiamo comunque tenere a mente che questi dati sono preliminari e richiederanno la validazione definitiva della Scienza prima di poterli accettare come un dato di fatto.


 

una donna in un letto di ospedale sta affrontanto la chemioterapia con il supporto del proprio compagno a fianco

Tumore al Seno: molte meno pazienzi avranno bisogno della chemioterapia

Tumore al Seno

Circa il 70% delle donne alle quali è stato diagnosticata precocemente la forma più comune
potranno evitare in futuro la chemioterapia ed i suoi fastidiosi effetti collaterali

Grazie ad un test genetico in grado di anticipare le percentuali di recidiva della forma più comune di tumore al seno, molte donne nei prossimi anni potranno evitare i profondi fastidi derivanti dalla chemioterapia.

I medici oncologi inglesi già dai prossimi giorni hanno informato che i risultati ottenuti aiuteranno a cambiare la pratica nelle cliniche britanniche e che ben 3.000 donne all’anno, tra quelle che rientrano nelle tipologie studiate, potrebbero essere trattate in modo sicuro con la sola chirurgia e la terapia ormonale.

Ridurre l’uso della Chemioterapia

La chemioterapia viene spesso utilizzata dopo l’intervento chirurgico per ridurre la possibilità che il cancro al seno si diffonda o ritorni. Si tratta quindi di un salvavita molto importante che provoca però effetti collaterali che vanno dal vomito alla fatica, alla sterilità fino a danni neurali permanenti. In rari casi le sostanze utilizzate per la chemioterapia possono portare anche a scompensi cardiaci e leucemia.

Una ricerca che cambierà la qualità della vita di molte pazienti in tutto il mondo

Lo studio di cui stiamo parlando ha ha coinvolto ben 10.273 pazienti, analizzando i tumori grazie a un test genetico che è già ampiamente disponibile presso il Servizio Sanitario nazionale inglese e che è stato utilizzato in passato per selezionare quali pazienti necessitassero di chemioterapia dopo la chirurgia e quali no.

Se il punteggio del test fosse stato basso la chemioterapia non sarebbe stata applicata; se fosse stato alto invece sarebbe avvenuto il contrario. Esisteva però una fascia molto ampia di risultati intermedi, per i quali, in via del tutto cautelativa, si consigliava comunque il ricorso alla chemioterapia.

I dati di questa ricerca molto importante, che sono stati presentati durante il più grande incontro mondiale di medici e scienziati oncologici a Chicago e successivamente pubblicati sul New England Journal of Medicine, mostrano molto chiaramente come le pazienti che rientrano nella fascia intermedia di punteggio del test hanno gli stessi tassi di sopravvivenza con o senza chemio: il tasso di sopravvivenza dopo nove anni dalla rimozione del tumore originaio è risultata del 93,9% senza l’uso di chemioterapia e del 93,8% con chemioterapia.

Lo studio, condotto dall’Albert Einstein Cancer Center di New York, è una scoperta molto preziosa in quanto può far risparmiare denaro ai sistemi sanitari nazionali o ai pazienti, ma ancor di più contribuirà a cambiare la qualità della vita di molte donne che hanno avuto la sfortuna di essere colpite dal tumore al seno.

In quali casi sarà possibile applicare la nuova pratica clinica

Si deve specificare con attenzione che gli effetti di questa ricerca riguardano strettamente i tumori della mammella allo stadio iniziale, in particolare quelli che possono ancora essere trattati con terapia ormonale, che non si sono diffusi ai linfonodi e non hanno subito la mutazione legata all’HER2 che li fa crescere più rapidamente.

Il test viene eseguito su un campione del tumore quando viene rimosso durante l’intervento chirurgico e funziona osservando i livelli di attività di 21 geni specifici, che risultano indicatori di quanto sia aggressivo il cancro.

fonte: BBC