Artrosi Caviglia - Villa Donatello

L’artrosi di caviglia, o artrosi tibiotarsica, è una patologia degenerativa che coinvolge l’articolazione tra tibia, perone e astragalo.

Artrosi di Caviglia: dal trattamento conservativo a quello chirurgico

Patologie e trattamenti

A differenza dell’artrosi di ginocchio o anca, è meno frequente, ma può risultare altrettanto invalidante. I dati epidemiologici più recenti indicano che la prevalenza di artrosi radiografica sintomatica nella popolazione sopra i 50 anni è di circa il 3,4%, mentre il dolore alla caviglia interessa complessivamente l’11,7% di questa fascia di età. Inoltre, circa il 70% dei casi ha origine post-traumatica, a seguito di fratture, distorsioni ricorrenti o lesioni cartilaginee.

Cause principali: post-traumatica e difetti di allineamento del piede

Oltre alla causa post-traumatica, un ruolo importante nello sviluppo dell’artrosi tibiotarsica è svolto dai difetti di allineamento del piede. Il piede piatto, con la sua pronazione eccessiva, e il piede cavo, caratterizzato da supinazione e arco plantare accentuato, alterano la distribuzione delle forze sull’articolazione della caviglia. Questi squilibri biomeccanici determinano un sovraccarico delle superfici articolari, accelerando la degenerazione cartilaginea. Nei pazienti con tali deformità, il trattamento dell’artrosi non può prescindere dalla correzione dell’assetto del piede. In molti casi, infatti, è necessario pianificare tempi chirurgici aggiuntivi, come osteotomie di riallineamento, artrodesi selettive di articolazioni minori del piede o procedure sui tessuti molli, per ristabilire un corretto asse di carico e ottimizzare il risultato dell’intervento principale.

Il quadro clinico è dominato dal dolore, che tende a peggiorare con il carico e a migliorare con il riposo, dalla rigidità articolare, in particolare al mattino o dopo periodi di inattività, e dalla limitazione della mobilità. Spesso si associano crepitii articolari e, nei casi più avanzati, deformità o gonfiore persistente.

Trattamento conservativo: come gestire la patologia inizialmente

La gestione iniziale della patologia si basa su trattamenti conservativi, che comprendono fisioterapia mirata al rinforzo e al mantenimento della mobilità, uso di tutori o plantari per ridurre il carico, terapia farmacologica con antidolorifici o farmaci antinfiammatori e infiltrazioni intra-articolari con acido ialuronico, PRP, Cellule Mesenchimali o corticosteroidi da riservare in casi selezionati. L’obiettivo di queste terapie è il controllo del dolore e il rallentamento della progressione degenerativa, rinviando il più possibile l’intervento chirurgico.

Quando passare alla chirurgia: artrodesi versus protesi di caviglia

Quando il dolore diventa severo e invalidante, e le strategie conservative non sono più efficaci, si passa al trattamento chirurgico. Le due opzioni principali sono l’artrodesi di caviglia e la protesi totale di caviglia (Total Ankle Replacement, TAR).

L’artrodesi prevede la fusione permanente delle superfici articolari, ottenuta rimuovendo la cartilagine residua e stabilizzando tibia e astragalo con viti, placche o chiodi. Può essere eseguita, a seconda dei casi con tecniche aperte o minivasive artroscopiche. Questa procedura elimina il movimento articolare e, di conseguenza, il dolore. Offre risultati affidabili e duraturi, ma comporta la perdita di mobilità e un aumento del carico sulle articolazioni vicine, con possibile sviluppo di artrosi secondaria.

La protesi di caviglia, invece, mira a preservare la mobilità sostituendo le superfici articolari danneggiate con componenti in metallo e polietilene. I materiali metallici includono leghe di titanio, spesso nella forma di titanio trabecolare: una struttura porosa che imita la densità dell’osso spongioso e favorisce l’osteointegrazione, migliorando la stabilità dell’impianto e la sua durata. Gli inserti articolari sono in polietilene ad alta densità, progettati per ridurre l’attrito e l’usura.

Le protesi di caviglia possono essere impiantate, a seconda del tipo di impianto, per via anteriore o laterale. Entrambe le vie chirurgiche hanno pro e contro e la scelta si basa sulla valutazione attenta, da parte del chirurgo, delle cause e della qualità dei tessuti in modo da personalizzare al massimo l’intervento sul paziente.

In genere la caviglia operata viene immobilizzata con un gesso o un tutore per 6 settimane mentre il carico viene concesso intorno alle 3 / 4 settimane. Dopo il periodo di immobilizzazione si procede alla rimozione del tutore e alla rieducazione alla deambulazione, assistita da fisioterapista, con particolare attenzione al ripristino del corretto schema del cammino con esercizi di stretching e di rinforzo e successivamente propriocettivi. Generalmente con questo tipo di procedura si ritorna ad una completa autonomia a 2/3 mesi dall’intervento.

La protesi consente una deambulazione più naturale rispetto alla fusione, ma è soggetta ad usura nel tempo.I dati di letteratura mostrano una sopravvivenza dell’impianto protesico a 5 anni compresa tra il 67% e il 95%. A 10 anni la sopravvivenza varia dal 75% al 90%, mentre a 15 anni alcuni studi riportano circa il 70% di integrità protesica.

In conclusione

L’artrosi di caviglia è una condizione meno comune rispetto a ginocchio e anca ma spesso di origine post-traumatica o legata a difetti di allineamento del piede, e in grado di compromettere significativamente la qualità della vita. La scelta tra artrodesi e protesi deve essere personalizzata, considerando età, grado di attività fisica, morfologia ossea, eventuali deformità associate e aspettative del paziente. L’artrodesi garantisce un sollievo duraturo dal dolore al prezzo della perdita di mobilità, mentre la protesi offre un movimento più naturale ma con la possibilità di revisioni future. Nei casi di artrosi secondaria a piede piatto o cavo, la correzione chirurgica dell’assetto del piede rappresenta un passaggio fondamentale per ottenere un risultato stabile e duraturo. Il ruolo dell’ortopedico è fondamentale nel guidare il paziente nella corretta scelta tra chirurgia e altri trattamenti in base alle condizioni cliniche e gli obiettivi funzionali.

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