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Patologie e trattamenti

Il disco intervertebrale è una struttura elastica situata tra le vertebre della colonna vertebrale, con la funzione di agire come un vero e proprio ammortizzatore. È costituito essenzialmente da due componenti: una parte interna, morbida e gelatinosa, denominata nucleo polposo, e una componente esterna, più solida e resistente, chiamata anello fibroso.

La sua funzione principale consiste nell’assorbire e distribuire i carichi e le sollecitazioni a cui è sottoposta la colonna durante le normali attività quotidiane, come camminare, correre, saltare o sollevare pesi. Allo stesso tempo, il disco consente una certa mobilità tra le vertebre, permettendo alla colonna di flettersi, piegarsi e ruotare.

In termini semplici, può essere paragonato a un piccolo ammortizzatore posto tra due elementi ossei: distribuisce le pressioni e impedisce il contatto diretto tra le vertebre.

Che cos’è l’ernia del disco lombare

Nel caso di un’ernia del disco lombare, il disco intervertebrale situato tra due vertebre della parte lombare della colonna subisce un danneggiamento. L’anello fibroso, cioè la componente esterna più resistente, può andare incontro a una fissurazione o a un progressivo indebolimento.

Attraverso questa zona di fragilità, il nucleo polposo, più morbido e gelatinoso, può deformarsi, allungarsi o fuoriuscire verso il canale vertebrale: in questo caso si parla di erniazione del disco.

Quando il materiale discale fuoriuscito entra in contatto con una radice nervosa, provocandone irritazione o compressione, possono manifestarsi diversi disturbi: dolore lombare, dolore irradiato al gluteo e lungo la gamba, come nel caso della sciatica, oltre a formicolii, alterazioni della sensibilità, intorpidimento e, nei casi più importanti, riduzione della forza muscolare.

Diagnosi e indicazioni al trattamento

La diagnosi deve sempre derivare dalla correlazione tra il quadro clinico del paziente e i reperti degli esami radiologici. È pertanto fondamentale che ogni paziente venga sottoposto a risonanza magnetica (RM) lombosacrale, eventualmente integrata da TC e da radiografie con prove dinamiche, quando indicate.

Nella maggior parte dei casi, la prognosi è favorevole: circa l’80% dei pazienti presenta infatti una risoluzione spontanea della sintomatologia grazie al progressivo riassorbimento del frammento discale espulso, generalmente nell’arco di 4-6 settimane dall’inizio dei disturbi, con successivo ritorno a una vita normale.

Quando i disturbi non si risolvono spontaneamente, condizione che interessa meno del 20% dei casi, oppure quando si verifica un progressivo peggioramento neurologico, può essere indicato il trattamento chirurgico. Tra le manifestazioni neurologiche più significative rientrano, ad esempio, la perdita di forza del piede (nella flessione dorsale o plantare).

Un’indicazione chirurgica assoluta e urgente si pone invece in presenza della sindrome della cauda equina, caratterizzata dalla comparsa di alterazioni della sensibilità nella regione genitale e perineale (cosiddetta anestesia “a sella”), disturbi della funzione sfinterica, come la ritenzione urinaria, e paraparesi.

In questa particolare situazione, l’intervento chirurgico deve essere eseguito con urgenza, indicativamente entro 24-48 ore dall’insorgenza della sintomatologia.

Indipendentemente dalla tecnica utilizzata, l’obiettivo dell’intervento è rimuovere il materiale discale espulso responsabile della compressione e conseguentemente liberare le strutture nervose coinvolte. Le tecniche chirurgiche più utilizzate e scientificamente riconosciute nei maggiori centri di chirurgia vertebrale sono la Microdiscectomia e la Discectomia Endoscopica.

 

 

La microdiscectomia consente di raggiungere e rimuovere l’ernia discale attraverso un’incisione cutanea e muscolare di circa 3 cm.

L’impiego del microscopio operatorio permette di ottenere un’immagine ingrandita e particolarmente dettagliata del campo chirurgico, consentendo al neurochirurgo di visualizzare con precisione le strutture nervose presenti nel canale vertebrale, identificare l’ernia e separarla dalle strutture circostanti prima di procedere alla sua rimozione mediante strumenti chirurgici dedicati.

 

La discectomia endoscopica rappresenta una tecnica mini-invasiva che utilizza un unico strumento del diametro di circa 8 mm, dotato di videocamera, fonte luminosa e canale operativo attraverso il quale vengono introdotti gli strumenti chirurgici.

L’endoscopio viene introdotto attraverso la cute e fatto avanzare fino al canale vertebrale, rispettando le strutture muscolari e tendinee attraversate, senza la necessità di sezionarle. Questo approccio permette di raggiungere direttamente la sede dell’ernia riducendo al minimo il trauma dei tessuti.

Grazie all’endoscopio è possibile ottenere una visione diretta, ingrandita e ad alta definizione delle strutture nervose e del materiale discale responsabile della loro compressione, procedendo quindi alla sua precisa rimozione.

Una volta completata l’asportazione dell’ernia, l’endoscopio viene semplicemente estratto. Durante la sua rimozione, le strutture muscolari attraversate ritornano spontaneamente nella loro posizione anatomica originaria, secondo un meccanismo paragonabile alla chiusura di una tenda.

Il tramite chirurgico, inferiore al centimetro, viene quindi chiuso con un singolo punto di sutura cutaneo.

La procedura può essere eseguita sia in anestesia generale sia in sedoanalgesia, consentendo di trattare con la stessa sicurezza anche pazienti obesi.

Il rischio di sanguinamento durante e dopo l’intervento è estremamente ridotto.

Il rispetto delle strutture anatomiche e la minima invasività dell’approccio endoscopico favoriscono un recupero postoperatorio particolarmente rapido. Oltre a consentire la risoluzione del dolore causato dalla compressione nervosa mediante la rimozione dell’ernia discale, questa tecnica permette generalmente un ricovero inferiore alle 24 ore e un più rapido ritorno alle normali attività lavorative.

La convalescenza postoperatoria media è di circa 7 giorni, un periodo indicativamente inferiore del 75% rispetto ai tempi medi di recupero associati alla microdiscectomia.

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