Due mani operano una finta tiroide costruita con pezzi di puzzle

Ipotiroidismo: parliamo di dieta e alimentazione

Ipotiroidismo

Parliamo di dieta e alimentazione

La tiroide è una ghiandola endocrina dalla caratteristica forma di farfalla che si trova nella parte anteriore del collo e che è coinvolta in numerose funzioni dell’organismo, soprattutto quelle che regolano il nostro metabolismo.

L’ipotiroidismo è una sindrome che rende insufficiente l’azione degli ormoni tiroidei, prevalentemente quando la tiroide stessa non ne produce una quantità sufficiente con un conseguente squilibro di tutto l’organismo. Soffrire di ipotiroidismo può rallentare il metabolismo, causando aumento di peso, affaticamento e altri sintomi.

Spesso la via medica per trattare questa sindrome è quella che prevede di ricorrere all’uso di medicinali in grado di riequilibrare l’organismo rimpiazzando gli ormoni tiroidei mancanti.

Dieta e Ipotiroidismo

La dieta e le scelte alimentari non sono in grado di curare l’ipotiroidismo ma svolgono tre ruoli fondamentali che vanno conosciuti per gestirne la condizione:

  • Gli alimenti che contengono determinati nutrienti possono aiutare a mantenere una corretta funzione della tiroide, per esempio lo iodio, il selenio, lo zinco.
  • Altri alimenti invece interferiscono a detrimento della normale funzione tiroidea, come quelli contenenti soia. Limitando questi prodotti alimentari i sintomi possono essere alleviati.
  • Alcuni alimenti e integratori, infine, possono interferire negativamente con il modo in cui il corpo assorbe i farmaci sostitutivi della tiroide. La limitazione di questi alimenti può quindi aiutare l’organismo.

L’ipotiroidismo rallenta il metabolismo. Per questo è spesso correlato all’aumento di peso. Le persone affette da questa sindrome dovrebbero porre quindi particolare attenzione alla loro dieta, scegliendo prodotti in grado di diminuire l’effetto della mancata produzione ormonale.

È quindi utile conoscere quali sostanze siano in grado di migliorare la qualità della vita di chi è affetto da ipotiroidismo e in quali alimenti si possano reperire naturalmente.

IODIO

Il nostro corpo non è in grado di produrre naturalmente lo iodio, sostanza però necessaria alla produzione di ormoni.  È quindi importante assurmere questa sostanza scegliendo cibi in grado di fornirne come:

  • formaggi
  • latte
  • gelato
  • sale da tavola iodato
  • pesce d’acqua salata
  • uova intere

Bisogna fare attenzione al fatto che anche un’assunzione di quantità troppo elevate di iodio può contribuire a peggiorare l’ipotiroidismo o a produrre ipertiroidismo. Per questo è sempre indicato rivolgersi ad un professionista in grado di costruire con il paziente e poi modificare nel tempo una dieta corretta.

SELENIO

Il selenio è nutriente antiossidante che svolge un importante ruolo nella produzione degli ormoni tiroidei. Gli stessi tessuti della tiroide contengono il selenio in maniera naturale.

Gli alimenti ricchi di selenio includono:

  • tonno
  • gamberi
  • manzo
  • tacchino
  • pollo
  • prosciutto
  • uova
  • fiocchi d’avena
  • pane di farina integrale

ZINCO

Lo zinco è un altro nutriente che ha importanti effetti benefici sugli ormoni tiroidei e quindi sul metabolismo del nostro organismo.

Gli alimenti ricchi di zinco includono:

Gli alimenti che sarebbe meglio evitare

Alcuni alimenti contengono sostanze nutrienti che potrebbero contribuire ad un cattivo funzionamento della produzione tiroidea. Anche se non stiamo parlando di alimenti da vietare, un uso ridotto si è dimostrato efficace nel ridurre le sintomatologie di questa sindrome.

GOZZIGENI

Tra gli alimenti che contengono gozzigenianti-tiroidei possiamo segnalare:

  • cavoli
  • cavoletti di Bruxelles
  • cavolo russo
  • broccoli
  • cavolfiore

È molto importante però ricordare come questi alimenti offrano anche molti benefici per la salute. Le persone affette da ipotiroidismo possono assolutamente godere di questi cibi se assunti con moderazione: gli scienziati ritengono che questi cibi influenzino solo gli ormoni di chi ne consuma in eccesso. Va aggiunta l’importante informazione che il processo di cottura sembra disattivare gli effetti negativi sulla tiroide delle sostanze gozzigene.

SOIA

Negli ultimi anni alcuni ricercatori hanno scoperto che la soia può interferire con il modo in cui la tiroide produce ormoni.

In uno studio clinico pubblicato nel 2017, una paziente aveva sviluppato un grave ipotiroidismo dopo aver consumato una bevanda salutare contenente elevate quantità di soia per 6 mesi. Le sue condizioni sono poi migliorate dopo aver sospeso la bevanda e assunto farmaci sostitutivi dell’ormone tiroideo.

Gli alimenti che contengono soia includono:

  • latte di soia
  • salsa di soia
  • fagioli di soia
  • tofu
  • miso

ALIMENTI PROCESSATI o TRASFORMATI

Una persona dovrebbe evitare gli alimenti processati che tendono ad essere densi di calorie pur offrendo pochi benefici nutrizionali. Questa tipologia di alimenti è nota anche per favorire l’aumento di peso.

Esempi di alimenti perocessati includono:

  • Fast food
  • hot dog
  • ciambelle
  • torte
  • biscotti

GLUTINE

L’Ipotiroidismo può avere legami con una malattia autoimmune sottostante. Chi presenta i sintomi di questa sindrome può quindi essere più a rischio di altri di sviluppare altre condizioni autoimmuni come la celiachia.

La celiachia causa infiammazione cronica e danni all’intestino tenue a causa dell’ingestione di glutine. Il glutine è una proteina contenuta nel grano e in altri cereali, tra cui orzo, avena e segale.

Trattare la celiachia comporta seguire una dieta priva di glutine. Anche se non è ancora stato accertato un legame certo, le persone con ipotiroidismo autoimmune possono tentare di eliminare il glutine dalla loro dieta per vedere se i loro sintomi migliorano.


Come sempre queste informazioni e questi consigli hanno un carattere informativo. Il nostro intento è di farvi percepire l’importanza di affrontare questioni come l’ipotiroidismo assieme ad un professionista in grado di costruire con voi un percorso medico che corrisponda al vostro reale stato di salute. I professionisti di Villa Donatello, per esempio quelli che formano il team per il percorso di cura EndOsMet, sono a vostra disposizione per analizzare la vostra situazione personale.

alcuni kiwi sia chiusi che aperti

Vitamina K e metabolismo osseo: mito e realtà

Pubblichiamo oggi una versione adattata per il nostro blog di una importante Review dedicata al rapporto tra Vitamina K e metabolismo osseo recentemente pubblicata dalla Dr.ssa Roberta Cosso e dal Dr. Alberto Falchetti del Gruppo EndOsMet su un’importante rivista scientifica.


Vitamina K e metabolismo osseo: facciamo un po’ di chiarezza.

Cos’è e dove si trova la vitamina K?

Sotto il termine vitamina K è rappresentato un gruppo di vitamine liposolubili, strutturalmente simili, identificate meno di 100 anni fa.

Diverse forme di vitamina K sono state descritte in natura e rappresentano vitamine liposolubili uniche, con una specifica funzione di coenzima (processi di carbossilazione): K1, K2, e K3.

La vitamina K1 è presente nelle piante/verdure, in più alta quantità in verdure a foglia verde, direttamente coinvolta nella fotosintesi. Gli animali possono anche convertirla a K2.

Le molecole di vitamina K2, o menachinoni, sono prodotte a livello intestinale da sintesi batterica.

Le principali forme alimentari si trovano, per lo più, in alimenti contenenti grassi, ad esempio formaggio fermentato, che ne miglioreranno l’assorbimento e la biodisponibilità rispetto alla K1.

La maggior parte della produzione di K2 avviene nel colon


La vitamina K3, o menadione, rappresenta una molecola provitaminica ed è un analogo sintetico, non usato come integratore nutrizionale nei paesi economicamente sviluppati per la sua potenziale tossicità.

Diversi prodotti naturali/sintetici, contenenti metaboliti della vitamina K, sono disponibili in commercio e il loro uso viene anche consigliato per una non meglio specificata salute delle ossa.

È pertanto necessario e utile affrontare questo aspetto specifico del loro uso, descrivendo lo stato dell’arte alla luce degli studi di ricerca di base, traslazionale e clinici, riportati in letteratura.

Esistono chiare evidenze per un’efficacia della vitamina K sulla salute dello scheletro?

In realtà, non abbiamo alcuna certezza di una reale efficacia della vitamina K nella prevenzione delle fratture da fragilità.

Ad oggi, gli studi clinici pubblicati sono stati condotti su diverse etnie, con diverse abitudini alimentari, supplementazione di metaboliti differenti di vitamina K, dosi diverse della stessa e diversi fattori di rischio di frattura.

La vitamina K sembra essere importante per la salute dell’osso e, in effetti, bassi livelli circolanti sono stati associati ad un aumentato rischio di fratture dell’anca in studi osservazionali.

Tuttavia, i risultati degli studi clinici sono ancora inconcludenti e non è ancora certo se la sua supplementazione, come K1 o K2, diminuisca il rischio di fratture vertebrali, non vertebrali, anche a causa dei limiti metodologici per la valutazione di questi risultati.

Deve ancora essere considerato e compreso quale tipo di vitamina K (K1, K2, K3?) sia da utilizzare nella pratica clinica quotidiana, come supplemento/farmaco per una migliore salute delle ossa.

vitamina-k-e-metabolismo-osseo

Possiamo suggerire la vitamina K con indicazione certa per mantenere o migliorare la qualità ossea?

L’efficacia della vitamina K sulla qualità dell’osso e sulla prevenzione delle fratture dovrà essere confermata in futuro con grandi studi clinici randomizzati, controllati, con una potenza statistica sufficiente per rilevare differenze, tra i gruppi confrontati, reali e clinicamente significative.

Attualmente, esistono diverse limitazioni prima di prescrivere consapevolmente una dieta arricchita o supplementi di vitamina K per una migliore salute ossea e queste limitate evidenze sulla prevenzione delle fratture da fragilità, fanno sì che non sia attualmente consigliabile un uso di routine dei supplementi per prevenire osteoporosi e fratture in donne in postmenopausa e uomini.

Inoltre, non abbiamo alcuna informazione chiara relativa a quali marcatori biologici potrebbero essere più sensibili ed accurati per valutare gli effetti sullo scheletro, sia positivi che negativi, della sua assunzione.

Domande ancora aperte

Vi sono ancora domande aperte che necessitano di adeguata risposta:

  1. nonostante un effetto minimo sulla massa ossea, la vitamina K può avere un effetto protettivo sulla fratture?
  2. quali altre vie metaboliche ossee vitamina K-dipendenti, oltre a quelle note, potrebbero essere presenti nell’influenzare il rischio di frattura?
  3. l’effetto della vitamina K sulla frattura potrebbe essere mediato attraverso un ruolo sulla qualità, la geometria, o la forza dello scheletro?

Un ruolo per il microbiota?

Un equilibrio tra microbiota (insieme dei microorganismi che vivono in simbiosi nel tubo digerente dell’uomo) benefico e patogeno durante l’infanzia e l’adolescenza potrebbe essere rilevante per la salute gastrointestinale e in generale per una sintesi e mantenimento favorevole di vitamina K.

Per concludere…

Nei prossimi anni, studi umani preclinici o clinici, dovranno produrre dati basati sull’evidenza per sostenere un ruolo per la supplementazione di vitamina K nella prevenzione e cura di malattie metaboliche dell’osso, come l’osteoporosi.

Vi è anche la speranza che ulteriori studi saranno più chiari nello stabilire una relazione causale tra stress ossidativo e perdita di massa ossea in donne in postmenopausa e uomini nell’invecchiamento, attraverso la somministrazione di agenti antiossidanti protettivi, quali la molecole di vitamina K, attraverso la dieta o integrazioni.

Roberta Cosso e Alberto Falchetti