un pilota con tuta e casco è aggrappato al cofano di una macchina in corsa

Sicurezza Stradale: il sonno al volante.

Sicurezza Stradale

La Sindrome da Apnee ostruttive del Sonno e gli incidenti stradali

Il sonno al volante è una delle cause principali degli incidenti stradali. Quasi un sinistro su cinque è dovuto a sonnolenza alla guida.

Tra le cause principali della stanchezza alla guida c’è la Sindrome da Apnee Ostruttive del Sono (OSAS), malattia che è seguita con molta attenzione a livello di Ministero della Salute e che Villa Donatello tratta con particolare cura tramite il reparto interno di Pneumologia, soprattutto grazie alle conoscenze e agli studi del gruppo diretto dal Dr. Antonio Sanna.

La sonnolenza alla guida, secondo studi accreditati, è paragonabile allo stato di ebbrezza, con l’aggravante che il colpo di sonno rende totalmente inabile il guidatore a reagire a qualsiasi tipo di evento. Ecco perché questo tipo di problema porta ad un altissimo grado di mortalità o di incidente grave quando si presenta.

Diviene quindi fondamentale saper riconoscere la Sindrome da Apnee notturne, capirne le cause e curarne per tempo gli effetti.

Su questo argomento il Dr. Sanna ha già realizzato un video esplicativo che vi riproponiamo che speriamo vivamente vi spinga ad approfondire il vostro stato di salute e a porre rimedio all’eventuale presenza di questa malattia che influenza per altro anche altri aspetti importanti della vita di tutti i giorni.

Vi rimandiamo inoltre a questo interessante articolo a cura dell’ACI che raccoglie una lista di sintomi di cui tenere conto per riconoscere il pericolo di insorgenza di un colpo di sonno al volante e che segnala alcuni accorgimenti di buon senso per prevenire l’evento.

Il Dr. Antonio Sanna e tutta l’equipe del reparto di Pneumologia della nostra Casa di Cura a Firenze rimane a vostra completa disposizione per rispondere a domande o chiarimenti che potete lasciarci nello spazio dedicato ai commenti. 

Nella Pagina dedicata alla Sindrome da Apnee Ostruttive del Sonno troverete anche un utile test per valutare se esserne affetti.

Vi ricordiamo, infine, che è possibile prenotare delle visite mediche direttamente tramite il nostro servizio online.

gif animata della bambina di Monster & Co.

Come gli schermi luminosi disturbano il sonno dei giovani

Tablet, cellulari e lettori e-book

Gli schermi luminosi disturbano il sonno degli adolescenti e dei pre-adolescenti

Forza ragazzi, a letto dopo Carosello!

Una volta funzionava così.

Adesso le abitudini delle famiglie sono cambiate.

I giorni della scuola però si stanno avvicinando e i nostri ragazzi devono ritrovare i ritmi ottimali per poter affrontare le lunghe giornate in classe.

Gli ultimi giorni di Agosto e i primi di Settembre sono perfetti per salutare le abitudini estive ed abituarsi ad un più sano ciclo giorno-notte.

A rendere ancora più complicato il lavoro dei genitori ci si mette la tecnologia: tablet, cellulari, e-book readers sono il rifugio serale dei nostri ragazzi, un richiamo potente e difficilmente contrastabile.

Una nuova ricerca ha osservato gli effetti delle luci degli schermi durante le ore serali sulla qualità del sonno di pre-adolescenti e adolescenti.

In particolare i ricercatori hanno osservato come ragazzi in età puberale siano particolarmente vulnerabili alla soppressione di un ormone che controlla il nostro naturale orologio biologico notturno.

Portarsi a letto uno di questi gadgets rischia davvero di danneggiare il sonno con gravi ripercussioni. Ad essere sensibile più di tutte è la fascia di età che va dai 9 ai 15 anni, spiega la ricerca pubblicata recentemente sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism.

Più brillante la luce osservata durante gli esperimenti, più elevato il blocco di produzione della melatonina: sostanza che agisce sull’ipotalamo e ha la funzione di regolare il ciclo sonno-veglia.

Piccole quantità di luce durante la notte, come la luce dagli schermi, possono essere sufficienti per influenzare il sonno” dichiara Mary Carskadon, professoressa di Psichiatria e Comportamento Umano alla Alpert Medical School presso la  Brown University, aggiungendo anche che “Studenti che utilizzano il tablet, il computer o anche la cara vecchia torcia sotto alle coperte, spingono i loro ritmi circadiani verso orari più tardi. Questo rende loro più complicato prendere sonno e svegliarsi riposati la mattina per affrontare la giornata scolastica.

La ricercatrice ed i suoi colleghi concludono consigliando che sia i bambini che i loro genitori dovrebbero limitare l’uso di schermi al momento di coricarsi.

Non sarà facile visto che stiamo parlando di una vera e propria abitudine, come conferma un altro studio: il 96% dei ragazzi, infatti, usa almeno una forma di tecnologia nell’ora che precede quella dedicata al sonno, molti di loro addirittura mentre già a letto.

Voi che approccio avete sull’uso dei devices elettronici da parte dei vostri figli subito prima che vadano a dormire?

Source: Brown University


Fateci sapere se questo articolo è stato di vostro interesse. Se avete qualche domanda da fare in merito utilizzate pure i commenti, gireremo le vostre richieste ai nostri professionisti.

Se è il sonno l’argomento che vi interessa allora potreste approfondire anche il problema dei Disturbi respiratori nel sonno anche approfittando dei video girati dal Dr. Antonio Sanna sull’argomento.

combattere l'alzheimer Casa di Cura Villa Donatello Firenze

Il sonno può combattere l’Alzheimer?

(Photo © by tambako on flickr)

Il sonno può combattere l’Alzheimer?

Uno studio e una Ricerca dell’Università di Berkeley

La carenza di sonno, e in particolar modo un deficit di quello profondo, potrebbe rappresentare un canale preferenziale attraverso il quale si ritiene che la proteina beta-amiloide possa scatenare la malattia di Alzheimer che aggredisce la memoria a lungo termine del cervello.

I nostri risultati rivelano un nuovo percorso attraverso il quale la malattia di Alzheimer può causare il declino della memoria nel corso della vita“, spiega Matthew Walker, professore di Neuroscienze presso l’Università della California a Berkeley.

La notizia confortante che ruota attorno ai risultati della ricerca è che la carenza di sonno è potenzialmente curabile e può essere migliorata attraverso l’esercizio, la terapia comportamentale e anche la stimolazione elettrica che amplifica le onde cerebrali durante il sonno: una tecnologia che è stata utilizzata con successo nei giovani adulti per aumentare la loro memoria durante la notte.

Questa scoperta offre una nuova speranza contro la malattia“, dichiara Walker. “Il sonno potrebbe essere un nuovo strumento terapeutico per la lotta contro disturbi della memoria in adulti più anziani o per quelli con demenza“.

Eccessivi depositi di beta-amiloide sono i sospettati principali della patologia del morbo di Alzheimer: una forma virulenta di demenza causata dalla progressiva morte delle cellule cerebrali. Un’ondata senza precedenti di invecchiamento precoce rende la malattia di Alzheimer, che è stata diagnosticata in più di 40 milioni di persone, una delle malattie debilitanti in maggior aumento, fonte di grande preoccupazione per la salute pubblica a livello mondiale.

Lo studio è stato realizzato in collaborazione dai neuroscienziati della Berkeley Bryce Mander e William Jagust, tra i maggiori esperti sulla malattia di Alzheimer. Il loro team ha ricevuto un’importante sovvenzione da parte del National Institutes of Health per condurre uno studio trasversale al fine di testare la loro ipotesi sul fatto che la qualità del sonno potrebbe essere un segnale di avvertimento precoce della malattia.

Mentre la maggior parte della ricerca prima di adesso veniva realizzata su soggetti animali, il nuovo studio – pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience – ha il vantaggio di essere portato avanti su soggetti umani.

Negli ultimi anni, i legami tra sonno, la proteina beta-amiloide, la memoria e la malattia di Alzheimer ci sono apparsi sempre più forti“, aggiunge Jagust. “Il nostro studio mostra che il deposito della beta-amiloide può portare ad un circolo vizioso in cui il sonno viene ad essere ulteriormente disturbato, aumentando progressivamente i problemi di memoria.”

Utilizzando una potente combinazione tra mappatura cerebrale e altri strumenti di diagnostica su 26 anziani che non sono stati diagnosticati con demenza, i ricercatori hanno cercato il legame tra sonno cattivo, scarsa memoria e l’accumulo della proteina tossica beta-amiloide.

I dati che abbiamo raccolto suggeriscono che ci sia un nesso di causalità“, spiega uno degli autori Bryce Mander: ricercatore presso lo Sleep and Neuroimaging Laboratory diretto da Walker. “Se riusciremo ad intervenire per migliorare la qualità del sonno, forse potremo spezzare questa catena causale“.

Un accumulo di beta-amiloide è stata riscontrato nei pazienti di Alzheimer e, indipendentemente, anche in persone che riferiscono disturbi del sonno. Uno studio parallelo dell’University of Rochester del 2013 ha trovato che le cellule cerebrali dei topi si ridurrebbero durante il sonno non-REM per fare spazio affinché i fluidi cerebrospinali possano ripulire metaboliti tossici come il beta-amiloide.

Il sonno aiuta a lavare via le proteine tossiche durante la notte, impedendo loro di strutturarsi e distruggere le cellule del cervello“, spiega Walker. “Dormire bene è come offrire una potente pulizia al cervello“.

Tanto più beta-amiloide abbiamo in alcune parti del cervello, meno riusciremo a raggiungere il sonno profondo. Di conseguenza ne risentirà la memoria“, dice Walker. “Dall’altro lato, meno sonno profondo raggiungiamo, meno il nostro cervello sarà efficace nell’eliminare questa cattiva proteina. E ‘un circolo vizioso“.

Quello che non sappiamo ancora è quale di questi due fattori, il deficit di sonno o la proteina tossica, siano la causa che scatena questo ciclo. Quale è il dito che dà il colpetto alla prima tessera del domino, innescando la cascata?

Questo è ciò che i ricercatori sperano di determinare incrociando una nuova serie di dati raccolti tra gli anziani nel corso dei prossimi cinque anni.

Abbiamo individuato un nuovo percorso che collega il morbo di Alzheimer alla perdita di memoria“, conclude Mander, “ed è molto importante, perché studiandolo e conoscendolo meglio potremo provare a fare qualcosa a riguardo“.

fonte UC Berkeley News Center