Un piatto di patatine fritte appoggiato su un tavolo di legno scuro

Quali sono le cause dell’obesità e quando una persona può dirsi obesa?

Quali sono le cause dell’obesità?

Quando una persona può dirsi obesa?

L’obesità è una condizione che incorre quando una persona è in eccesso di peso o ha una massa grassa così abbondante da mettere a rischio la propria salute.

I medici normalmete si avvalgono dell’Indice di massa corporea (BMI), che è uno strumento molto semplice per valutare se una persona ha un peso appropriato per la sua età, per il sesso e l’altezza. In buona sostaanza si tratta di un’analisi della combinazione tra altezza e peso: un BMI tra 25 e 29,9 indica che una persona è in eccesso di peso; un BMI maggiore di 30 suggerisce che una persona possa essere in condizione di obesità.

L’obesità, va ricordato, può aumentare il rischio di sviluppare una serie di condizioni di salute tra cui la sindrome metabolica, l’artrite e alcuni tipi di cancro.

La sindrome metabolica comprende una serie di problemi come l’ipertensione, il diabete di tipo 2 e le malattie cardiovascolari.

Mantenere un peso sano o perderlo grazie alla dieta e l’esercizio fisico, è un modo per prevenire o ridurre l’obesità. In alcuni casi non è da escludere la necessità di un intervento chirurgico.

Quali sono le principali cause dell’obesità?

un hamburger

1) Eccessivo consumo di calorie

Quando consumiamo più calorie di quante ne servano al nostro organismo per essere trasformate in energia, il nostro corpo le accumula sottoforma di grasso. Questo porta ad un eccesso di peso e probabilmente all’obesità.

Alcuni tipi di alimenti hanno maggiori probabilità di condurre ad un aumento di peso, specialmente quelli ad alto contenuto di grassi e zuccheri.

Tra gli alimenti che tendono ad aumentare il rischio di aumento di peso segnaliamo:

  • il cosiddetto Fast Food
  • i fritti
  • le carni grasse e processate
  • molti prodotti caseari
  • alimenti con zuccheri aggiunti come prodotti da forno, cereali per la colazione e biscotti
  • alimenti contenenti zuccheri nascosti come ketchup e molti altri in scatola e confezionati
  • succhi di frutta zuccherati, bibite e bevande alcoliche
  • alimenti lavorati ad alto contenuto di carboidrati come il pane

Consumare in eccesso questo tipo di cibi, soprattutto se in combinato ad una condizione di sedentarietà, può condurre un individuo alla condizione di obesità.

Si deve essere chiari anche su un’altra questione: persone che consumano una dieta composta principalmente a base di frutta, verdura, cereali integrali e acqua sono comunque a rischio di ingrassare se mangiano troppo o se intervengono fattori genetici che ne aumentano il rischio. Tuttavia è più probabile che esse godano di una dieta variata mantenendo un peso sano. I cibi freschi e i cereali integrali contengono fibre che fanno sentire una persona piena per più tempo e che favoriscono una sana digestione.

un uomo dorme sul divano abbracciato al suo cane

2) Condurre una vita sedentaria

  • Lavorare in ufficio invece che svolgere un lavoro manuale
  • Stare molte ore al computer o a guardare la televisione piuttosto che svolgere attività fisica
  • utilizzare esclusivamente l’auto per i propri spostamenti piuttosto che camminare o utilizzare una bicicletta

Meno ci muoviamo e meno saranno le calorie che consumeremo.

L’attività fisica è anche molto importante per regolare il comportamento degli ormoni i quali svolgono un ruolo molto importante su come il nostro organismo processa il cibo assunto.

L’attività fisica non richiede per forza un allenamento in palestra. Il lavoro fisico, camminare o andare in bicicletta, salire le scale e tutti i compiti domestici contribuiscono. Tuttavia sono la tipologia e l’intensità dell’attività ad influenzare il grado di beneficio a breve e a lungo termine per l’organismo.

una donna a letto che non riesce a dormire

3) Carenza di sonno

La carenza di sonno, ormai è accertato grazie ad una lunga serie di studi scientifici, può portare all’accumulo di peso corporeo e all’obesità perché può portare a cambiamenti ormonali che aumentano l’appetito.

Quando non dormiamo a sufficienza il nostro corpo produce la grelina: un ormone che stimola l’appetito. Contemporaneamente la mancanza di sonno determina anche una minore produzione di leptina, un ormone che invece sopprime l’appetito.

il corpo umano mostra il sistema endocrino

4) Sindrome metabolica e fruttosio

Gli scienziati credono che esista un legame tra l’alto consumo di fruttosio, l’obesità e la sindrome metabolica. Le autorità scientifiche hanno sollevato preoccupazioni circa l’uso di sciroppo di mais e altre sostanze ad alto contenuto di fruttosio per addolcire bevande e altri prodotti alimentari. I ricercatori osservano che l’assunzione di fruttosio in grandi quantità può essere un importante fattore predittivo del rischio metabolico soprattutto nei giovani.

Gli alimenti che contengono sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio includono:

  • bibite, bevande energetiche e bevande sportive
  • caramelle e gelati
  • creme al caffè
  • salse e condimenti tra cui condimenti per insalata, ketchup e salsa barbecue
  • cibi zuccherati come yogurt, succhi e cibi in scatola
  • pane e altri prodotti da forno già pronti
  • cereali per la colazione, barrette di cereali e barrette energetiche

Per ridurre l’assunzione di sciroppo di mais e altri additivi controllate sempre le etichette prima di acquistare, optate per articoli non dolcificati o meno elaborati, preparate direttamente voi i condimenti per le insalate e, più in generale, cuocete il più possibile in casa i vostri prodotti alimentari.

Alcuni alimenti contengono altri dolcificanti, che possono comunque sviluppare altre tipologie di effetti avversi.

pillole di varie forme e colori

5) Medicinali

Anche alcune tipologie di medicinali possono contribuire all’accumulo di peso.

  • antipsicotici tipici, specialmente olanzapina, quetiapina e risperidone
  • anticonvulsivanti e stabilizzatori dell’umore, in particolare il gabapentin
  • farmaci ipoglicemici come la tolbutamide
  • glucocorticoidi usati per trattare l’artrite reumatoide
  • alcuni antidepressivi

Alcuni farmaci, tuttavia, possono portare invece alla perdita di peso. Chiunque stia iniziando un nuovo trattamento ed è preoccupato per il suo peso dovrebbe chiedere al proprio medico se il farmaco può avere qualche effetto.

6) Fattore genetico

Un gene difettoso associato alla massa grassa e all’obesità è responsabile di alcuni casi di obesità. Uno studio pubblicato nel 2013 indica un collegamento tra questo gene e:

  • l’obesità
  • i comportamenti che portano all’obesità
  • una maggiore assunzione di cibo
  • una preferenza per i cibi ipercalorici
  • una ridotta capacità della sensazione di sazietà

Conclusioni

Molti fattori giocano un ruolo importante nello sviluppo della condizione di obesità. I tratti genetici possono aumentare il rischio in alcune persone.

Una dieta salutare che contenga abbondanza di cibo fresco e un regolare esercizio fisico ridurranno il rischio di obesità nella maggior parte delle persone. Tuttavia, gli individui che hanno una predisposizione genetica potrebbero trovare più difficile mantenere un peso sano.

Condividi la tua situazione personale con il tuo medico di famiglia e discutine, se serve, con un professionista in grado di accompagnarti in un percorso sanitario controllato e costruito sulla tua specifica realtà.

Testata del sito web Vivermeglio

La nostra Casa di cura, da tempo, mette a disposizione Vivermeglio: un programma dedicato ai corretti stili di vita che si giova dell’intervento multidisciplinare di varie tipologie di professionisti in grado di costruire con te e per te un percorso di cura adeguato e fornirti un punto di riferimento di continuità che spesso, da soli, non siamo in grado di portare avanti.


 

una serie di hamburger messi l'uno accanto all'altro e di dimensioni crescenti

L’Obesità può essere fattore di diffusione delle epidemie di influenza?

L’obesità può essere fattore di diffusione delle epidemie di influenza?

Uno studio della Michigan University affronta la questione

Una nuova ricerca, condotta dal Dr. Aubree Gordon e da altri ricercatori, pubblicata su The Journal of Infectious Diseases, affronta un ulteriore effetto negativo sulla salute pubblica veicolato dalla condizione di obesità.

L’obesità di per sè aumenta il rischio di gravi complicazioni da influenza, tra i quali la necessità di ricovero, indebolimento del sistema immunitario e altro per arrivare addirittura alla morte.

Quello che emerge nello studio da poco presentato, però, è che l’obesità potrebbe anche avere un ruolo nel modo in cui l’influenza si diffonde. I risultati suggeriscono che soggetti adulti obesi, infettati dall’influenza, fanno più fatica ad eliminare il virus dal proprio organismo rispetto agli adulti che non sono obesi, aumentando potenzialmente la possibilità che l’infezione si diffonda anche ad altre persone.

Abbiamo osservato la prima vera prova che l’obesità potrebbe avere un impatto non solo sulla gravità della malattia – dichiara il Dr. Aubree Gordon – ma anche sulla sua trasmissione.

Lo studio ha raccolto ed analizzato dati relativi a 1800 soggetti in Nicaragua, in un arco di tempo di tre anni, così da coprire ben tre stagioni epidemiche dell’influenza.

Adulti obesi, con sintomi influenzali e virus influenzali confermati in laboratorio, hanno impiegato una media del 42% del tempo in più per sconfiggere la malattia rispetto ad adulti non obesi. Tra le persone obese infette da influenza che erano solo lievemente malate o che non avevano sintomi, la differenza si è rivelata ancora maggiore: questi soggetti infatti sconfiggevano il virus dell’influenza A in un periodo di tempo del 104% più lungo degli altri.

La durata della diffusione virale è stata determinata mediante test su campioni che hanno rilevato la presenza di RNA del virus dell’influenza, ma non hanno indicato se i virus fossero contagiosi. Sono in corso adesso ulteriori ricerche volte a determinare se il virus dell’influenza, resistente per periodi più lunghi in individui obesi, è davvero infettivo e può diffondere la malattia ad altri.

Va rilevato inoltre che le differenze riscontrate nella durata della perdita virale riguardavano soltanto epidemie del virus dell’influenza A, soltanto uno dei due tipi di virus influenzali che possono causare epidemie nell’uomo. I ricercatori non hanno trovato alcuna associazione con l’obesità e la durata della diffusione del virus dell’influenza B, che in genere causa una malattia meno grave negli adulti e non causa pandemie. L’obesità inoltre non sembra influenzare la durata della diffusione virale tra i bambini inclusi nello studio.

L’obesità può alterare la risposta immunitaria del corpo e portare a infiammazione cronica – che aumenta con l’età – oltre a rendere più difficile la respirazione aumentando la necessità di ossigeno. Questi fattori possono aiutare a spiegare come l’obesità possa incidere sul rischio di influenza, la sua gravità e il potenziale di trasmissione.

Con i tassi di obesità in aumento in tutto il mondo le nuove scoperte, se supportate da studi futuri, suggeriscono che l’obesità possa svolgere un ruolo sempre più importante nella trasmissione dell’influenza. Questo porta a potenziali implicazioni sulla salute pubblica, incluse maggiori opportunità di diffusione dell’influenza in alcune popolazioni in particolare dove la capillarità di una sanità efficace è scarsa.

Risolvere la propria condizione di obesità è complicato, dipende da molti fattori alcuni legati a disfunzioni, altri ad un errato stile di vita, a tratti entrambi contemporaneamente. Per questa problematica e per altre ancora Villa Donatello ha da tempo messo in piedi il Percorso di Cura Vivermeglio, dove un team specializzato è in grado di costruire un percorso su misura con il paziente. Per ulteriori informazioni vi consigliamo di visitare l’apposito portale dedicato dove potrete scoprire perché è importante essere affiancato in un percorso di cura, come funziona il programma, chi lo realizza e dove troverete anche una sezione dedicata alle vostre domande più frequenti.


 

Due mani di donna tengono un metro da sarto per misurare la circonferenza di un addome maschile

Obesità: perché alcune persone hanno tessuto grasso “sano”?

Obesità: perché alcune persone hanno tessuto grasso “sano”?

Ce lo spiegano due ricerche dell’Università del Michigan

Un paradosso ricorrente nello studio sull’obesità emerge di fronte a una tipologia di persone sovrappeso che accumulano grasso ad un ritmo elevato e che vanno incontro ad alti rischi di insorgenza di patologie collegate, mentre altre persone, loro coetanee, riescono a conservare il grasso in modo più efficace.

Nel primo caso, quando il grasso si scioglie, molti degli acidi rilasciati dal tessuto adiposo (grasso corporeo) possono stabilirsi altrove e accumularsi a livelli nocivi in altri tessuti e organi, portando all’insulino-resistenza: un segno distintivo del diabete di tipo 2 e delle malattie cardiache.

Un paio di studi realizzati dall’Università del Michigan identificano caratteristiche chiave nel tessuto adiposo che possono consentire ad alcuni adulti obesi di conservare il grasso corporeo in modo più sano e suggerisce che l’esercizio aerobico può portare ad un accumulo di grasso meno pericoloso.

La maggior parte delle persone obese sviluppa resistenza all’insulina che può portare al diabete di tipo 2 e ad altre malattie croniche. Tuttavia, il team di ricerca americano ha scoperto che circa un terzo dei 30 adulti obesi partecipanti al loro studio non sviluppava insulino-resistenza.

Che cosa proteggeva queste persone?

Alcuni campioni di tessuto adiposo hanno rivelato che il gruppo più sano abbatteva il grasso a tassi più lenti, aveva meno proteine coinvolte nella disgregazione del grasso quanto piuttosto impegnate nella sua conservazione. Gli stessi soggetti avevano anche meno cellule fibrotiche nel tessuto adiposo; ciò consente ai tessuti di essere più flessibili e rende meno possibile l’attivazione di  percorsi infiammatori.

Sembra controintuitivo, ma se riusciamo a capire meglio come immagazzinare il grasso in modo più efficace e perché alcune persone sono più brave di altre nel farlo, forse possiamo progettare terapie e percorsi di prevenzione che miglioreranno alcune delle  condizioni metaboliche legate all’obesità – spiega il Prof. Jeffrey Horowitz, a capo del team di ricerca di uno dei due studi di cui stiamo parlando.

Esercizio regolare  e sedentarietà

Nel secondo studio i ricercatori hanno raccolto tessuto adiposo dopo una sessione di esercizio aerobico da due gruppi di persone in sovrappeso: un gruppo era composto da soggetti che si esercitavano regolarmente, l’altro gruppo no. Per entrambi i gruppi una sola sessione di esercizio ha scatenato segnali che hanno portato alla crescita di nuovi vasi sanguigni all’interno tessuto grasso.

I ricercatori hanno anche raccolto indicazioni sul fatto che gli atleti regolari avevano più vasi sanguigni nel tessuto grasso rispetto a quanto riscontrato nel gruppo dei sedentari. Questo è importante perché la salute della maggior parte dei tessuti dipende, in gran parte, dal flusso sanguigno e dai nutrienti che esso veicola.

Quando ingrassiamo le nostre cellule adipose si espandono, ma se il flusso di sangue nel tessuto grasso non aumenta in parallelo la zona coinvolta potrebbe diventare malsana o addirittura necrotica.

Horowitz ha sottolineato che i due studi sono rilevanti soprattutto per le persone obese a rischio di malattia metabolica ma che , tuttavia, si potrebbero trarre conclusioni utili per tutti.

Riteniamo che l’esercizio regolare che svolgiamo oggi possa creare un ambiente di accumulo di grassi più sano per quei periodi in cui mangiamo troppo e ingrassiamo

Presi insieme, gli studi supportano anche l’idea che i medici debbano ridefinire la loro visione del grasso, delle sue funzioni e delle dinamiche che lo regolano all’interno del nostro organismo, ha aggiunto il Prof. Horowitz.

Il tessuto adiposo è disprezzato perché la maggior parte delle persone lo vede come causa di malattia e obesità, ma in generale il tessuto adiposo non fa ingrassare le persone, ma ha principalmente il compito di immagazzinare la nostra energia extra quando mangiamo troppo.

I nostri studi non suggeriscono che sia sano essere obesi o mangiare troppo, ma quando si mangia troppo è importante avere un posto sicuro dove conservare quell’energia extra – prosegue.

Se osserviamo persone che accumulano la stessa quantità di grasso corporeo possiamo notare che quelle il cui organismo sa adattarsi per trattenere in maniera più sana il grasso in eccesso sono più protette dallo sviluppo di insulino-resistenza e malattie legate all’obesità. Attraverso queste ricerche – conclude il Professore – abbiamo identificato alcuni di questi adattamenti.

fonte: University of Michigan

 

Un bambino si tiene le mani davanti alla bocca mentre sta tossendo

10 malattie che molti credono scomparse ma che invece…

Le 10 malattie che molti credono scomparse ma che invece…

Alcune destano profonda preoccupazione,
essendo riapparse in zone del mondo dove non si erano più manifestate.

Di alcune malattie, quando ne sentiamo risuonare il nome, abbiamo come la certezza che siano un brutto ricordo del nostro passato. Di molte, addirittura, faremmo fatica a ricordare i sintomi e gli effetti. Quello che invece dovrebbe preoccuparci, in effetti, è che malgrado gli sviluppi della ricerca e della medicina non soltanto non sono davvero scomparse, ma in alcuni casi si stanno pericolosamente riaffacciando. Conoscerle – o ricordarle – potrebbe aiutare tutti ad assumere i giusti comportamenti affinché rimangano nell’oblio dove pensavamo fossero relegate per sempre. L’unica vittoria completa che è certificabile ad oggi è quella sul vaiolo, morbo che può dirsi definitivamente debellato.

Quali sono quindi le malattie che molti immaginano scomparse, ma che purtroppo rimangono in agguato o colpiscono ancora?


La Peste

Nel XIV Secolo la peste, chiamata anche La Morte Nera, sterminò circa il 60% della popolazione europea di allora.

La peste si diffonde attraverso pulci che vivono in simbiosi con roditori come ratti e scoiattoli, ma i vaccini e gli antibiotici hanno limitato la diffusione della malattia nel corso degli ultimi decenni.

Nei paesi sviluppati, oggi, la peste è rara. Malgrado questo negli Stati Uniti, per esempio, ogni anno si registrano da 2 a 10 casi: nell’anno in corso i casi verificati sono ben 16.

La malattia, tuttavia, è ancora particolarmente attiva e presente in altre zone del mondo, come l’Africa, il Sud America e l’Asia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara che ogni anno si verificano da 1.000 a 3.000 casi di peste a livello mondiale.

Le nazioni più colpite sono il Madagascar, il Perù e l’India.


immagine al microscopio del virus della rosolia

La Rosolia

Il virus della rosolia, come molti altri, colpisce prevalentemente in età pediatrica ma può anche essere passato ai bambini nel grembo materno da madri non vaccinate. In questo secondo caso si ha la Sindrome da Rosolia congenita che può causare la morte del feto o gravi invalidità del bambino durante la gravidanza.

Le vaccinazioni contro la rosolia sono diventate disponibili per la prima volta nel 1970 e hanno aiutato molti paesi sviluppati ad avvicinarsi all’eliminazione completa di questa patologia. Nel 2015, come conseguenza di una enorme campagna di vaccinazione durata oltre 15 anni, la rosolia è stata eliminata dai due continenti americani.

L’infezione purtroppo sopravvive in paesi con bassa copertura vaccinale, in particolare in Africa e nel sud-est asiatico.

Si stima che ogni anno, nel mondo, 110.000 bambini nascano con la sindrome della rosolia congenita.


La Lebbra

La lebbra è una malattia contagiosa causata da uno specifico batterio che si trasmette attraverso il contatto prolungato con altre persone infette. Provoca danni ai nervi e alle cellule della pelle e ha come spiacevole conseguenza l’insorgenza di ferite sfiguranti e disabilità permanenti.

Il primo passo avanti nel trattamento della lebbra si ebbe nel 1945 grazie al dapsone, un efficace antibatterico. I batteri responsabili dell’epidemia divennero però molto presto resistenti a questa cura. Fu soltanto a partire dagli anni ’70 che,  grazie a un complesso di medicinali, si riuscirono ad ottenere importanti successi sullo sviluppo della malattia.

Da allora il numero di casi di lebbra globale è diminuito significativamente dai 6-7 milioni di casi degli inizi degli anni ’80. Nel 2013, ad ogni modo, venivano censiti ancora 216.000 casi.

Questa terribile malattia miete ancora molte vittime, soprattutto in alcune zone dell’India, del Brasile e dell’Indonesia: paesi dove si concentra oltre l’80% di tutti i casi.


La Gotta

La gotta si manifesta sottoforma di importanti attacchi artritici causati dall’accumulo di acido urico – un sottoprodotto naturale della digestione – all’interno delle articolazioni. I sintomi principali sono dolore, gonfiore e arrossamento.

Identificata per la prima volta dagli egiziani, la Gotta una volta era conosciuta come la malattia dei re, a causa dei suoi legami con l’eccessivo consumo di cibo e alcol.

Il diffondersi di stili di vita non salutari e dell’obesità hanno causato drammatici aumenti di gotta nei paesi sviluppati: questa patologia oggi colpisce circa il 4% della popolazione adulta occidentale, con punte di quasi del 5% anche in paesi a noi vicini, come la Grecia.



La Pertosse

La pertosse è un’infezione trasmessa per via aerea che infiamma e porta al rigonfiamento delle vie respiratorie, provocando tosse intensa, con effetti particolarmente gravi per i bambini. Si tratta di un’infezione di tipo batterico molto contagiosa che a volte può durare anche per molte settimane.

Questa malattia è molto meno innocua di quello che molte persone credono: paragonata ad altre patologie ha, infatti, un’elevata mortalità, stimabile in circa due decessi ogni mille casi e riguardante soprattutto bambini nel primo anno di vita. La causa principale di questo elevato tasso di mortalità è da ascriversi al fatto che, molto spesso, alla pertosse si lega l’insorgenza di polmonite, che va a colpire in questo caso un organismo già abbondantemente indebolito.

Da non trascurare il fatto ulteriore che uno o due bambini su mille, tra quelli colpiti dalla pertosse, sviluppano un’encefalopatia grave che può provocare paralisi, ritardo mentale o altri disturbi di tipo neurologico.

Nel 2008, nel mondo, si stima che fossero circa 16 milioni i casi in circolazione, il 95% dei quali nei paesi in via di sviluppo.

La pertosse uccide ogni anno circa 195.000 bambini.


La Difterite

La difterite colpisce il naso e la gola, viene trasmessa dalla tosse o dagli starnuti e conduce alla morte tra il 5 e il 10% dei pazienti che ne vengono colpiti.

In passato è stata a lungo la causa più grande di decessi nell’infanzia. Nel 1921 per esempio, negli Stati Uniti furono registrati ben 206.000 casi che causarono oltre 15.000 morti.

Fu con l’avvento dei programmi di vaccinazione che si ottenne un rapido declino: se negli Stati Uniti, per proseguire con l’esempio, sono stati soltanto cinque i casi di difterite registati nell’ultimo decennio, nei paesi in via di sviluppo questa malattia rappresenta una costante minaccia, benché fortemente ridimensionata nei numeri.

Una rilevazione del 2011 parla di 5.000 casi di difterite a livello globale, ai quali probabilmente si devono aggiungere molti altri casi non segnalati, a causa di una diffusione maggiore in zone difficilmente monitorate da un qualsiasi sistema sanitario efficace. I ceppi che ancora resistono sono individuabili in alcune zone dell’Africa e dell’Asia meridionale.


La Scarlattina

La Scarlattina, malattia infettiva contagiosa, è causata dalla presenza di batteri che si trovano sulla pelle e nella gola ed ha caratteristiche esantematiche, facilmente riscontrabili in eruzioni che vanno dal colore rosa al rosso.

I batteri si diffondono attraverso lo starnuto o la tosse, tramite contatto, soprattutto se in in presenza di infezioni come l’impetigine o attraverso la condivisione di biancheria contaminata.

Ad oggi non esiste ancora un vaccino che possa prevenirne l’insorgenza.

Nella seconda metà dell’800, in Europa, il tasso di mortalità di chi veniva colpito dall’epidemia superò addirittura il 30%. A metà del ‘900 gli antibiotici e il miglioramento delle condizioni di vita hanno contribuito a rendere sempre più rara la presenza di questa malattia, almeno per quanto riguarda i paesi più sviluppati.

Tuttavia, nel 2014, più di 14.000 casi di scarlattina si verificarono in tutto il Regno Unito: si trattò della più grande ondata registrata dagli anni ’60, a testimonianza che non è impossibile che questa patologia possa avere altri ritorni di fiamma.


schema grafico che mostra come si diffonde la tubercolosi nei polmoni

La Tubercolosi

Conosciuta come La Piaga Bianca, la Tubercolosi ha rappresentato, soprattutto nell’Europa del XVIII Secolo, la più terribile e spietata causa di morte. L’asintomaticità dell’infezione che la veicola ha sempre reso complicata la sua diagnosi. La sua latenza si trasforma nella malattia attiva soltanto in un caso ogni dieci ma, se non trattata, in quel caso uccide il 50% delle volte.

Per i paesi del mondo occidentale la tubercolosi ha rappresentato una minaccia costante fino a metà del Novecento; da quel momento in poi i progressi medici hanno permesso di diagnosticare e curare la malattia con grande efficacia. Malgrado la nostra capacità di affrontare e arginare la diffusione della malattia non si deve abbassare la guarda: la tubercolosi, per esempio, infettò nel 2014 ben 9.400 persone negli Stati Uniti, in quello che è il più grande focolaio degli ultimi anni verificato nei paesi del Nord del mondo.

A livello globale, purtroppo, la tubercolosi ha continuato a diffondersi e a mietere le sue vittime: circa 1,5 milioni di persone nel 2013 a fronte di 9 milioni che hanno sviluppato la malattia.

Come detto la tubercolosi è curabile, ma nuove forme, resistenti ai farmaci, stanno causando a tutt’oggi grani difficoltà nel controllo della malattia.

L’infezione si diffonde nell’aria, favorita da situazioni di sovraffollamento e di scarsa ventilazione. Un sistema immunitario forte può normalmente combattere la malattia, ma la tubercolosi si impone in organismi di pazienti dalle difese immunitarie indebolite, in particolare le persone affette dal virus dell’HIV.


Il Rachitismo

Il rachitismo è una malattia che aggredisce, indebolisce e piega le ossa dei bambini. Questa patologia è comunemente causata da una carenza di vitamina D e di calcio, è spesso sottovalutata e considerata come una condizione specifica del XIX Secolo

Studi autoptici compiuti in alcune parti dei Paesi Bassi hanno mostrato che alla fine del 1800, ben l’80-90% dei bambini era affetto da rachitismo, ma il miglioramento delle condizioni di vita nei paesi sviluppati ha reso la malattia così rara che molti governi hanno smesso di preoccuparsene.

Anche se mancano dati completi sui tassi globali di diffusione del rachitismo, molti esperti ritengono che dedicare meno tempo all’aria aperta (la luce solare viene convertita in vitamina D) in combinazione con diete a scarso apporto di calcio, sta provocando una nuova insorgenza di questa patologia nei paesi sviluppati, soprattutto quelli delle nazioni più settentrionali.


La Poliomielite

L’umanità ha convissuto con la poliomielite per migliaia di anni. Il virus si diffonde attraverso il contatto con feci infette o con gocce di starnuto. Tramite questi veicoli raggiunge il cervello e il midollo spinale, causando gravi danni, in alcuni casi la paralisi.

Negli anni ’40 e ’50, soltanto negli Stati Uniti circa 35.000 persone sono diventate disabili a causa della polio.

Successivamente furono sviluppati dei vaccini efficaci che condussero alla Global Polio Eradication Initiative del 1988: in quegli anni la poliomelite rendeva paralizzati ogni giorno più di 1.000 bambini in tutto il mondo.

Da allora, più di 2,5 miliardi di bambini sono stati immunizzati, portando ad una riduzione del 99% dei casi riscontrati.

Benché la battaglia con questa spietata epidemia sembri praticamente vinta, ancora nel 2015 sono stati segnalati 51 casi di virus, tutti circoscrivibili ad un’area geografica che sta tra l’Afghanistan e il Pakistan. Si ha conoscenza della presenza del virus anche in zone molto specifiche dell’Africa soprattutto in Nigeria. Il resto del mondo è libero dalla malattia, anche se resta il rischio d’importazione da questi paesi in cui il virus è ancora presente.


 

patatine fritte

Obesity Day: nel 2025 una persona su tre sarà sovrappeso o obesa

Obesity Day: la Giornata Mondiale contro l’obesità

Nel 2025 una persona su tre al mondo sarà sovrappeso o obesa

L’11 Ottobre, nel mondo, si celebrerà l’Obesity Day: la giornata dedicata alla sensibilizzazione sui danni alla salute provocati dall’obesità.

Il World Obesity Day fu lanciato per la prima volta nel 2015 con lo scopo di sensibilizzare e supportare la ricerca di soluzioni pratiche che aiutassero le persone a perseguire e raggiungere livelli salutari di peso corporeo, cercando contemporaneamente di invertire il crescente trend di diffusione del sovrappeso e dell’obesità. Gli obiettivi dichiarati della campagna sono quelli di aumentare la consapevolezza, incoraggiare la promozione, migliorare le politiche e condividere le esperienze su questo grave problema globale di salute pubblica. La campagna ha raggiunto oltre sei milioni di persone nel 2016 – numero che si spera possa aumentare nel corso delle prossime edizioni a partire da quella di quest’anno – anche grazie alla condivisione di chi leggerà articoli che ne parlano come il nostro e quelli di molte altre fonti.

L’idea di dedicare una giornata all’Obesity Day nasce dalle attività della World Obesity Federation, realtà che rappresenta molti professionisti della comunità scientifica, medica e delle ricerca che operano in più di 50 associazioni regionali e nazionali. Attraverso i suoi membri si è formata una comunità globale di organizzazioni dedicate a risolvere i problemi dell’obesità. La mission di questo sodalizio è quella di guidare gli sforzi globali per ridurre, prevenire e trattare l’obesità.


La mappa della diffusione delle organizzazioni che al momento
supportanto ufficialmente l’Obesity Day


I dati che riguardano la diffusione dell’obesità nel mondo sono divenuti drammatici: assieme al fumo stiamo parlando della principale causa di morte nel mondo.
Si stima che dal 2025 i costi sanitari legati alla cura di patologie collegate al sovrappeso e all’obesità come diabete, malattie cardiovascolari e altro, raggiungeranno addirittura 1,2 triliardi di dollari e che per quella data ben una persona su tre nel mondo sarà sovrappeso o obesa: un dato pauroso che spiega in maniera ancora più chiara la vastità del fenomeno di cui stiamo parlando e che fa intravedere quante persone avranno un bisogno crescente nel tempo di costose cure sanitarie più o meno intense.
Il costo sanitario maggiore in termini di interventi legati alle malattie che possono colpire le persone affette da questa condizione, nel 2025 sarà a carico degli Stati Uniti per ben il 46%, ma è anche vero che il disastro maggiore si verificherà soprattutto nei paesi poveri, dove le strutture sanitarie nazionali riescono a malapena ad intervenire sulle problematiche legate alla natalità e alla diffusione delle malattie infettive gravi. Ad ogni modo i costi lieviteranno sostanziosamente per tutte le nazioni al mondo, rendendo sempre più complessa la gestione della sanità, con grossi rischi anche di rinnovate ingiustizie sociali.
due piedi su una bilancia che invece di restituire un peso fa la faccina triste
Sono molti gli interventi pensati e promossi dalla comunità scientifica nella speranza di arginare il fenomeno. Tra le varie soluzioni possibili c’è, per esempio, quella di promuovere la nascita e l’applicazione di una tassa sul consumo di bibite ricche di zuccheri, sulla stessa falsariga di ciò che avviene in tantissimi paesi per il tabacco e i suoi derivati. Stiamo parlando però di idee molto utili ma che da sole non possono bastare a risolvere il problema.
Uno dei problemi che sta rallentando la battaglia messa in piedi dalla World Obesity Federation e da decine di migliaia di strutture e profesionisti nel mondo, è il fatto che soltanto recentemente – e a macchia di leopardo – si sta cominciando a percepire il sovrappeso e l’obesità come una reale malattia.
Villa Donatello da sempre si occupa del problema non soltanto grazie alla Specialità di Dietologia e alla sua integrazione con altre realtà interne alla nostra struttura come il Gruppo EndOsMet, ma anche grazie a Vivermeglio, il programma dedicato a modificare le abitudini e lo stile di vita di persone che hanno avuto un rapporto scorretto con il cibo, la sedentarietà e molto altro. Vi invitiamo a visitare i link di queste nostre attività e a contattarci o di prenotare online una visita nel caso desideriate un’analisi della vostra situazione personale.

un bambino obeso siede su una panca in palestra mentre gli altri fanno ginnastica

Bambini e alimentazione: uno su tre in Europa è sovrappeso o obeso

Un bambino su tre in Europa è sovrappeso o obeso

A segnalarlo un importante studio commissionato dallo United European Gastroenterology

In Europa un bambino su tre nella fascia che va dai sei anni ai nove è sovrappeso o obeso. A riportarlo un importante studio commissionato dallo United European Gastroenterology che aggiunge una previsione allarmante per il 2025: i bambini sovrappeso al di sotto dei cinque anni cresceranno dagli attuali 41 milioni fino a 70 milioni.

Tra gli altri dati riportati nella ricerca un altro dato ancora desta profonda preoccupazione: il 20-30% di tutte le malattie infiammatorie dell’intestino si presentano già nell’età infantile.

Il fegato ingrossato è diventata la singola malattia più diffusa tra i bambini e gli adolescenti dei paesi occidentali. Ci sono casi addirittura riscontrati in bambini al di sotto dei tre anni di vita, come insiste la ricerca che ha raccolto dati provenienti da 46 nazioni dell’area europea.

Lo UEG fa sapere che il problema potrebbe essere già fuori controllo:

In Europa abbiamo grandi esperti pediatri e molti centri di eccellenza. Tuttavia la loro diffusione non è sufficiente a soddisfare i bisogni dei bambini di tutto il continente.

dichiara Michael Manns, Presidente dell’organizzazione e professore di Pediatria all’Hannover Medical School che aggiunge:

Questo non ha un impatto soltanto sui bambini stessi e le loro famiglie ma anche sulla fornitura del servizio sanitario in senso più ampio.

Il costo del trattamento dei disturbi legati all’obesità ammonta già a un decimo del totale dei costi sanitari in Europa e, sempre secondo il rapporto, l’aumento dell’incidenza di queste malattie minaccia la sostenibilità dei servizi sanitari in tutte le nazioni.

I bambini rappresentano un quinto di tutta la popolazione europea, eppure i fondi destinati alla ricerca per le cure pediatriche sono scarsi:

Soltanto 1 studio su 58, tra quelli finanziati in Europa, è dedicato alla ricerca pediatrica.

dichiara Berthold Koletzko, Presidente dell’European Society for Paediatric Gastroloenterology, Hepatology and Nutrition, e pediatra all’Università di Monaco.

Le nostre priorità devono rapidamente mutare tenendo conto di queste problematiche pediatriche importanti, garantendo maggiori investimenti sulla prevenzione, misure diagnostiche adeguate e una nuova formazione sull’argomento.

L’allarme sui livelli di obesità non è nuovo e non si limita all’Europa o all’infanzia: un recente studio pubblicato su Lancet da scienziati dell’Imperial College riferisce che in tutto il mondo ci potrebbero essere ben 266 milioni di uomini e 375 milioni di donne obese e che la popolazione globale sarebbe aumentata di peso in media per 1,5kg a persona per ogni decennio a partire dal 1975.

Quello che è fondamentale ricordare è che, statisticamente, il 90% dei bambini obesi conservano tale obesità anche in età adulta. Per questo è fondamentale attivare il prima possibile delle serie campagne di informazione e prevenzione dedicate all’infanzia.

fonte: The Guardian


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