Una donna si tappa le orecchie chiaramente infastidita da un rumore

Perché certi piccoli rumori ripetuti sono insopportabili: la misofonia

La Misofonia

Un nuovo studio aiuta a capire perché certi piccoli rumori ripetuti
danno fastidio ad alcune persone [contiene due video]

La Misofonia è una forma di ridotta tolleranza al suono che fino ad oggi è stata ritenuta essere un disturbo neurologico. Un nuovo studio compiuto dalla Newcastle University prova a dimostrare come piccole anomalie cerebrali provochino questo fenomeno.

Ognuno di noi ha spesso provato sensazioni sgradevoli nel dover sopportare qualcuno che sta rumorosamente masticando un chewing-gum, giocherellando ripetutamente con il portachiavi o picchiettando con le dita sul tavolo. Ma questi piccoli rumori ripetuti, per alcune persone, risultano addirittura insopportabili, causando in loro una necessità impellente di spostarsi in altro luogo o di litigare con il vicino che li produce: queste persone sono affette da un disordine conosciuto come misofonia.

Uno dei ricercatori coinvolti, il Professor Tim Griffithsneurologo cognitivo presso la Newcastle University e la University College London, spiega che

anche io mi trovavo tra gli scettici rispetto alla reale esistenza di questo disordine, almeno fino a quando non abbiamo riscontrato che il fenomeno si presentava in maniera identica in molte persone che dicevano di esserne affette.

Una prima ricerca è stata effettuata su 20 soggetti affetti da misofonia, così come su 22 persone che invece non risultano esserne colpite. Tra coloro i quali si dichiarano colpiti dalla patologia, sottoposti ad una scansione cerebrale e costretti ad ascoltare piccoli rumori ripetuti, è stato riscontrata una medesima alterazione del sistema di controllo delle emozioni che provoca un affaticamento, un vero e proprio sovraccarico, delle funzioni cerebrali.

Le scansioni di questo stesso studio hanno anche rivelato che l’attività cerebrale nelle persone affette da misofonia mostra un modello diverso di connettività nel lobo frontale: la zona del nostro cervello che, tra le altre cose, ha anche il compito di sopprimere reazioni anomale ai suoni.

Questi piccoli suoni che attivano il disturbo, sempre secondo la ricerca, avrebbero anche effetti fisici sulle persone che ne sono affette: sudorazione, accelerazione del battito cardiaco ed altro.

Le finalità dello studio sono adesso quelle di provare ad elaborare un trattamento che riduca il fastidio, ma anche di sviluppare maggiori conoscenze che permettano un migliore approccio ad altre tipologie di reazioni emozionali abnormi.


Un video di spiegazione a cura del Canale YouTube LoSbrogliaMente, di Teresa Montesarchio


Il Professor Sukhbinder Kumar, titolare del gruppo che si è dedicato a questa ricerca innovativa, si dichiara soddisfatto per aver ottenuto una serie di riscontri che portano ad una sintomatologia diffusa tra i soggetti colpiti.

Tuttavia – aggiunge durante la conferenza stampa di presentazione della ricerca – la sindrome non viene riconosciuta in nessuno degli attuali sistemi di diagnostica clinica. Questo studio, attraverso l’osservazione dei cambiamenti critici che avvengono nel cervello, rappresenta una prova importante per convincere la parte scettica della comunità medica che ci troviamo di fronte ad un vero e proprio disturbo.

La mia speranza è quella di identificare il pattern di questo disordine, una firma, provocata dagli effetti dei piccoli rumori sulle attività del cervello. Quello che speriamo è che queste anomalie, o meglio i modelli che le descrivono, possano essere utilizzate per identificare un trattamento.

La ricerca è stata pubblicata dal gruppo di studio lo scorso 3 Febbraio, sulla rivista Current Biology.


Scopri in questo video-test alcuni dei suoni ritenuti insopportabili da soggetti affetti da misofonia!


 

La milza, questa sconosciuta…

La Milza, questa sconosciuta…

Spesso ci dimentichiamo di avere questo organo
ma senza di esso si rischia di contrarre una serie di infezioni.

 La milza “porta fuori la spazzatura”

La milza è un organo del sistema linfatico che si trova dietro alle costole sul lato sinistro dell’addome. È in gran parte responsabile di eliminare le cellule vecchie, infette o danneggiate dal flusso sanguigno filtrandole attraverso i suoi stretti passaggi.

Mentre i globuli rossi sani possono nuotare attraverso la milza senza problemi, quelli non sani vengono intrappolati e scomposti da globuli bianchi chiamati fagociti. La milza poi ricicla i componenti delle vecchie cellule che può usare – come il ferro – per aiutare a produrne di nuove.

L’altro grande compito della milza è combattere gli invasori esterni: quando virus o batteri entrano nel corpo, le cellule della milza possono essere le prime a dare l’allarme inviando i linfociti cellule del sangue appartenenti ai globuli bianchi – ad aiutare a controllare l’infezione, reclutando altre cellule immunitarie con il medesimo scopo.

Il mutaforma

La milza è costituita da un tessuto gelatinoso e denso di vasi sanguigni, circondato da una sottile capsula che può espandersi fino a contenere una tazza di sangue per poi ridursi di nuovo.

Questa riserva di sangue può essere utile se, ad esempio, una ferita grave causa un’eccessiva emorragia, ma un ingrossamento anormale della milza può essere un segno che il vostro corpo sta combattendo una malattia potenzialmente grave come la mononucleosi, la sifilide o la leucemia.

La milza può ingrossarsi anche in presenza di gravi problemi al fegato, come la cirrosi epatica. Una milza ingrossata preme contro lo stomaco, potrebbe darvi una falsa sensazione di sazietà oppure di nausea o portare, ancora, ad avere dolori addominali. Ecco perché il vostro medico vi preme l’addome durante un esame – se è in grado di sentire la vostra milza, potrebbe consigliarvi degli esami del sangue di approfondimento.

Utile, ma non essenziale

Avrete sicuramente sentito parlare di persone che si rompono la milza in gravi incidenti: questo organo è difficile da riparare quindi, se questo accade, spesso viene rimosso.

Vivere senza milza non è la fine del mondo: molte persone hanno una vita normale e sana senza la milza, visto che altri organi (come il fegato e i linfonodi) si assumono la responsabilità di sostituirla come meglio possono. Detto questo, vivere senza milza significa che, quanto alla capacità di combattere i germi, non si è così forti come saremmo normalmente e si è più soggetti a polmonite, meningite, influenza e altre infezioni. In questo caso il vostro medico di fiducia vi consiglierà probabilmente ulteriori vaccinazioni e farmaci per mantenere in salute il vostro sistema immunitario.


 

una ragazza fa esercizio fisico in casa guardando la televisione

Coronavirus: L’attività fisica ai tempi del COVID-19

L’attività fisica ai tempi del COVID-19

Una serie di indicazioni e consigli su come mantenersi attivi durante l’epidemia
a cura del nostro team di Medicina dello Sport

La pandemia di coronavirus (COVID-19) può rendere difficile mantenere uno stile di vita fisicamente attivo, ma noi proviamo con questo articolo a darvi qualche idea e suggerimento.

Sulla base di ciò che sappiamo finora sul COVID-19, questo virus sembra dotato di un potenziale di trasmissibilità molto alto. Per questo le disposizioni e le raccomandazioni ministeriali sono tutte improntate all’evitare quanto più possibile il contatto con gli altri e, nel caso questo sia necessario, a farci mantenere una distanza sociale di almeno 1 metro gli uni dagli altri.

Queste misure hanno ovviamente delle controindicazioni ed una di queste è la difficoltà di svolgere attività fisica: chiuse le palestre e i centri fitness, così come i parchi cittadini. Vietata anche la tradizionale corsetta, a meno che questa non avvenga nelle immediate vicinanze della nostra abitazione. In questo periodo di quarantena generalizzata quindi è quasi inevitabile rimanere molte ore seduti e inattivi.

Che cosa possiamo fare in merito?

Partiamo dalle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che anche in tempi normali consiglia di dedicare all’attività fisica almeno 20 minuti al giorno: le linee guida internazionali individuano infatti in 150-300 minuti a settimana la quantità di attività fisica ottimale per mantenere uno stile di vita sano e corretto.

Si noti bene che si parla di stile di vita in generale, proprio perché svolgere un’attività fisica adeguata e in maniera costante non influisce solo sulla tanto temuta pancetta, ma ha anche innumerevoli altri benefici su tutto il nostro organismo. Una regolare attività fisica, oltre a farci perdere peso eliminando quei chiletti di troppo, ci aiuta anche a:

  • Aumentare le difese immunitarie dell’organismo e di conseguenza a diminuire le probabilità di contrarre virus e malattie
  • Ridurre lo stress e l’ansia, che in un periodo come quello che stiamo vivendo sono sicuramente aumentati
  • Migliorare la qualità del sonno e di conseguenza il nostro benessere psico-fisico

Una volta stabilito il fabbisogno ideale di attività fisica, dobbiamo capire come possiamo perseguire questo obiettivo con tutte le limitazioni a cui siamo soggetti.

ATTIVITÀ FUORI CASA

Chiariamo subito un punto: fare jogging vicino a casa è un’attività formalmente consentita. Dopo diverse polemiche ed oggettive difficoltà di interpretazione delle precedenti norme, la nuova circolare del 31 Marzo del Ministero dell’Interno e un successivo tweet dello stesso Viminale sono stati molto chiari a riguardo:

Ma nonostante questa nota, l’argomento rimane non chiarissimo e l’applicabilità della norma non del tutto scontata, anche in virtù del fatto che in Italia stiamo sperimentando situazioni diverse per quanto riguarda la diffusione e la concentrazione del virus; tanto che stiamo assistendo a reazioni diverse da parte delle amministrazioni locali, dettate più che altro dalle differenti situazioni che si riscontrano nei vari territori.

La possibilità di svolgere attività fisica fuori dalle nostre abitazioni è quindi un argomento molto delicato. Se da un lato, attenendosi semplicemente alle indicazioni ministeriali, potremmo considerarla assolutamente legittima (oltre che salutare, tornando a quanto dicevamo all’inizio di questo articolo), da un altro punto di vista non ci sentiamo di consigliarla né tantomeno di incoraggiarla in un momento così critico e delicato.

Per dare un consiglio sensato e circostanziato dovremmo conoscere le specifiche condizioni di ciascuno di voi, in che quartiere vivete, se esistono spazi adeguati per correre o camminare e a quale distanza sono questi da casa.

Se non ci fossero alternative adeguate al correre all’aperto, il nostro consiglio sarebbe quello di attenersi al buon senso ed al senso di responsabilità.

Ma non lo facciamo, visto che esistono anche altre soluzioni per soddisfare il nostro fabbisogno quotidiano di movimento ovvero quella di svolgere attività fisica all’interno delle nostre case, senza nessun rischio di contatto con gli altri né quello di incorrere in multe (che tra l’altro sono anche piuttosto salate).

ATTIVITÀ IN CASA

infografica sulle attività che si possono fare durante la quarantena

Anche in questo caso partiamo dalle fonti ufficiali: il Ministero della Salute ha prodotto alcuni documenti che ci tornano utili per avere delle idee su come svolgere attività fisica in casa, alle quali ci fa piacere aggiungere alcune raccomandazioni e spunti supplementari.

Cominciamo da ciò che è possibile fare tra le nostra mura domestiche. Ovviamente alcune di queste attività presuppongono il possesso di alcuni strumenti specifici, che non tutti hanno; ma scopriremo che ci sono anche tante altre possibilità e per tutti i gusti. Ecco qui un piccolo elenco, senza la pretesa di essere esaustivi:

  • Ginnastica a corpo libero
  • Salto della corda
  • Corsa sul posto
  • Addominali
  • Flessioni sulle braccia
  • Squat
  • Yoga e Pilates
  • Ballare
  • Stretching
  • Allenamento con lo step (o con gli scalini di casa)
  • Allenamento con l’ausilio di oggetti (sedia, bottigliette di plastica, muro)
  • Allenamento con l’ausilio di macchinari (cyclette, panca, attrezzi, ecc.)

In questo caso il nostro consiglio è quello di scegliere una o più attività in linea con le nostre attitudini e con le nostre possibilità. È importante infatti non trasformare quello che deve essere tutto sommato un piacere benefico in un potenziale rischio per la salute.

Sempre in termini di cosa fare, le linee guida internazionali consigliano due tipologie diverse di attività fisiche: gli esercizi per migliorare la mobilità articolare e gli esercizi per rafforzare la muscolatura. Certo, se l’alternativa è l’assenza completa va benissimo eseguire anche solo una delle due tipologie di esercizi. Ma teniamo presente che questo è lo schema ideale consigliato per una sessione di allenamento domestico:

  1. Esercizi di riscaldamento
  2. Esercizi per la mobilità articolare
  3. Esercizi per rafforzare la muscolatura
  4. Esercizi di stretching finale

Un altro punto importante è quello di evitare di fare attività non adatte a voi: valutate sempre se gli esercizi che vi apprestate a fare siano sostenibili per il vostro fisico. Se venite da un lungo periodo di inattività, ad esempio, evitate di partire con sessioni troppo lunghe e stancanti: il vostro corpo, non abituato da tempo ad uno sforzo del genere, potrebbe risentirne.

Progettate sempre una tabella di lavoro di tipo incrementale: oggi farete 10, la prossima volta 15 e quella dopo ancora 20. Non cercate di fare troppo e subito: il vostro corpo, la sua elasticità e resistenza devono avere il tempo di abituarsi.

Per quanto riguarda invece le fonti di ispirazione su quali esercizi fare, la tecnologia ci viene in grande aiuto. Dai siti web, ai video su Youtube, fino alle innumerevoli applicazioni che possiamo scaricare sui nostri tablet e smartphone non abbiamo che l’imbarazzo della scelta.

In questo caso non stiamo a consigliarvi qualcosa in particolare, anche perché la disponibilità è pressoché infinita. Quello che ci piacerebbe trasferirvi è piuttosto un metodo e delle raccomandazioni di scelta e di selezione, che dovete poi personalizzare in base alle vostre esigenze e attitudini.

Non sarebbe corretto da parte nostra consigliarvi di guardare quel video o di scaricare quella applicazione, perché magari ciò che riteniamo utile e funzionale per una persona potrebbe non esserlo per un’altra.

Il nostro consiglio è quindi quello di sperimentare in prima persona, fino a trovare ciò che più vi si addice. Se individuate un video, ad esempio, guardatelo tutto fino alla fine senza replicare gli esercizi proposti, in modo da capire, in modalità riposo, se si tratta di un’attività per voi sostenibile. Non mettetevi subito a fare gli esercizi proposti dalla prima applicazione scaricata; prendetevi un po’ di tempo (tanto non manca) per scegliere e valutare bene.

Comunque, per non lasciarvi da soli in questa ricerca, vi riportiamo qui sotto un piccolo elenco di video online e di applicazioni da cui partire per individuare il vostro programma di allenamento domestico ideale.

Canali Youtube

Applicazioni per tablet e smartphone

  • 8Fit
  • Adidas Training by Runtastic
  • Allenamento di 7 minuti
  • Asana Rebel
  • Fitstar Personal Trainer
  • Freeletics
  • Keep, il trainer a domicilio
  • Nike+ Training Club
  • Pocket Yoga
  • Runtastic Results
  • Seconds
  • Seven – 7 minuti di esercizi
  • Sfida fitness 30 giorni
  • Squats Workout
  • Sweat
  • Sworkit
  • Sworkit Stretching
  • Virtuagym
  • Yoga.com
il famoso "tocco delle dita" del Giudizio Universale di Michelangelo

Sensazioni fantasma: come il nostro cervello processa la sensazione del “tatto”

Sensazioni fantasma

Come il nostro cervello processa la sensazione del “tatto”

Vi è mai capitato che qualcuno vi toccasse il braccio sinistro quando, in realtà, aveva toccato quello destro? Gli scienziati conoscono questo fenomeno e lo chiamano sensazione fantasma: può aiutare a far luce su come il nostro cervello reagisce e processa la sensazione del tatto.

Il cervello umano è ancora per molti aspetti misterioso. Ci sono fenomeni complessi che sfuggono alla nostra comprensione, come il dolore agli arti fantasma che si verifica quando una persona crede di poter rilevare il dolore o altre sensazioni tattili ad un arto che ha perso con l’amputazione.

Alcune persone sperimentano allucinazioni tattili durante le quali credono erroneamente di provare una sensazione quando, in realtà, nessun fattore avrebbe potuto indurla.

Le allucinazioni tattili si verificano di solito in individui che sono sotto particolari condizioni psicologiche come la schizofrenia, ma non è raro che anche soggetti mentalmente e fisicamente sani possano sperimentare fenomeni simili.

Per esempio, quando una persona viene toccata sulla mano sinistra, può credere di aver percepito un tocco al piede sinistro o viceversa: questo è proprio il caso di ciò che gli scienziati chiamano sensazione fantasma: i ricercatori impegnati a studiare questa strana situazione sono ancora lontani da capire perché questo fenomeno si verifica.

In un nuovo studio recentemente realizzato, i cui risultati appaiono pubblicati su Current Biology, un team di ricercatori della New York University e delle Università di Amburgo e Bielefeld, in Germania, spiegano in dettaglio cosa caratterizza le sensazioni fantasma, sostenendo che una migliore comprensione di questo fenomeno potrebbe aiutare gli specialisti a decifrare altri misteri simili, compreso il dolore agli arti fantasma.

I limiti delle spiegazioni precedenti su come e dove i nostri processi cerebrali processano la sensazione del tocco, diventano evidenti quando si tratta di persone che hanno avuto parti del loro corpo amputate o che soffrono di malattie neurologiche – osserva il coautore dello studio Prof. Tobias Heed.

Egli sottolinea che, fino ad oggi, gli scienziati hanno appreso sorprendentemente poco su come il cervello umano elabori la sensazione del tatto.

Le persone che hanno avuto una mano o una gamba amputata spesso riferiscono sensazioni fantasma su quegli arti – prosegue il Prof. Heed – . Ma da dove viene esattamente questa falsa percezione?

Studiando a fondo i processi cerebrali

Fino ad oggi gli scienziati pensavano che la nostra percezione cosciente di dove si è verificato un tocco derivasse da una mappa topografica archiviata nel nostro cervello. Seguendo questa ipotesi, parti del corpo come le mani, i piedi o il viso, sarebbero rappresentati su questa mappa.

Tuttavia questo nuovo studio, che si è concentrato sull’analisi comportamentale in partecipanti pienamente sani, indica che il modo in cui il cervello attribuisce le sensazioni tattili è molto più complicato.

Nello studio in questione i ricercatori hanno condotto cinque diversi esperimenti, ognuno dei quali ha coinvolto la collaborazione di 12-20 adulti sani. Durante ogni esperimento i partecipanti hanno accettato di avere degli stimolatori tattili attaccati alle mani e ai piedi. I ricercatori hanno utilizzato questi stimolatori per generare sensazioni tattili in due diverse parti del corpo in rapida successione e poi hanno chiesto ai partecipanti di segnalare dove avevano sentito i tocchi. Questa tipologia di test è stata poi ripetuta diverse centinaia di volte per ogni partecipante.

Sorprendentemente, nell’8% di tutti i casi, i soggetti hanno attribuito il primo tocco ad una parte del corpo che non era stata nemmeno toccata – dandoci modo di verificare una discreta distribuzione della presenza di sensazioni fantasma – dichiara il ricercatore capo dell’esperimento, Stephanie Badde.

Le 3 caratteristiche delle sensazioni fantasma

La concezione precedente, come abbiamo accennato, attribuiva la posizione di un tocco dipendente da mappe del corpo conosciute dal nostro cervello: tutto ciò però non combacia in alcun modo con queste nuove scoperte.

Lo studio dimostra che le sensazioni fantasma possono avere 3 caratteristiche diverse:

  • L’identità dell’arto: un tocco su una mano viene percepito dall’altra mano.
  • Il lato del corpo: una persona potrebbe pensare di sentire un tocco alla mano destra quando, di fatto, si è verificato sul piede destro.
  • La normale posizione anatomica dell’arto (destro o sinistro). Per esempio, se una persona incrocia le braccia o le gambe, posizionando l’arto destro a sinistra del corpo, potrebbe erroneamente percepire un tocco al braccio destro come un tocco al piede sinistro.

Quando parti del corpo vengono posizionate sull’altro lato, per esempio quando incrociamo le gambe, i due sistemi di coordinate entrano in conflitto -prosegue il Prof. Heed.

I risultati attuali non si limitano a contraddire le precedenti conoscenze sulla modalità del cervello di elaborarare la percezione del tatto, ma quanto, in futuro, aiutare a guidare la ricerca sulle sensazioni degli arti fantasma e altri fenomeni correlati.

Un mistero affascinante che ci apre nuove porte per una maggiore conoscenza del nostro organo pensante.


 

grafica che mostra il cervello dell'uomo come collegato da reti di computer

Come l’intelligenza artificiale cambierà la medicina

Come l’intelligenza artificiale sta cambiando la medicina

Il ruolo dell’Intelligenza Artificiale nell’assistenza sanitaria si fonda sul potere dei computer di vagliare e dare un senso alle enormi quantità di dati elettronici ormai disponibili per ogni paziente: l’età, l’anamnesi medica, lo stato di salute complessivo, i risultati dei test, immagini ottenute durante controlli, sequenze di DNA, storicità familiare e molte altre fonti oggi a nostra disposizione.

L’Intelligenza Artificiale supera i nostri limiti di calcolo e analisi eccellendo nella complessa identificazione di modelli  che possono emergere in qualsiasi serie di dati, e può farlo su scala e con una velocità ben superiore a quella delle capacità umane: può sostanzialmente aprire delle nuove strade per permettere agli operatori di interpretare meglio i dati a nostra disposizione e contribuire ad ottenere diagnosi più puntuali o a individuare percorsi di cura più idonei.

La speranza è che questa tecnologia possa essere sfruttata per aiutare medici e pazienti a prendere decisioni migliori in materia sanitaria.

Quali applicazioni dell’Intelligenza Artificiale in medicina sono già attive?

Una delle applicazioni dell’Intelligenza Artificiale che è già ampiamente in uso nella cura del paziente è quella nell’imaging – l’analisi delle immagini – utilizzata per aiutare a migliorare la diagnosi di cancro o per individuare il prima possibile eventuali problemi cardiaci.

In medicina vengono utilizzate molte forme di raccolta di immagini: Raggi X, tomografie computerizzate, risonanze magnetiche, ecocardiogrammi… La caratteristica comune a tutti questi metodi di imaging è l’enorme quantità di dati di alta qualità a nostra disposizione. Il livello qualitativo delle immagini sanitarie ottenibile ai nostri tempi aiuta l’Intelligenza Artificiale a funzionare meglio poiché per essere il più efficace possibile deve essere supportata da un ampio set di dati, il più completo possibile.

L’occhio umano è spesso cieco ad alcuni dei modelli che potrebbero essere presenti in queste immagini, per esempio sottili cambiamenti nel tessuto mammario nel corso di diversi anni di mammografie. Ci sono stati casi in cui l’Intelligenza Artificiale ha gia svolto un ruolo fondamentale nel riconoscere i primi segnali di insorgenza del cancro o i primi modelli di insufficienza cardiaca, e stiamo parlando di mutazioni che anche un medico altamente qualificato non avrebbe potuto riconoscere se non in uno stadio più avanzato.

Per molti versi, già oggi utilizziamo nelle nostre cliniche forme molto semplici ma fondamentali di Intelligenza Artificiale.

Basti pensare da quanto tempo abbiamo a disposizione strumenti che identificano i ritmi anomali in un ECG: un battito cardiaco anomalo fa scattare un allarme che attira l’attenzione del medico. Applicazioni che diamo ormai quasi per scontate, come se ci fossero sempre state, dipendono in realtà dall’attività di un computer che cerca di replicare il comportamento di un essere umano, analizzando i dati a sua disposizione e  avvertendo che potrebbe essere in corso una crisi e che quindi sarebbe opportuno intervenire il prima possibile.

Ogni anno che passa la ricerca scientifica e l’applicazione medica avranno la capacità di analizzare fonti di dati ancora più grandi e complesse, quasi sicuramente l’intera cartella clinica elettronica di ogni paziente e forse anche dati tratti dalla vita quotidiana, in una società dove sempre più persone stanno già tracciando in maniera autonoma con dispositivi indossabili i loro modelli di sonno o la frequenza cardiaca, per fare un esempio.

Quale impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla pratica medica?

È importante sottolineare che questi strumenti non sostituiranno mai i medici: queste tecnologie forniranno assistenza, aiutando gli operatori sanitari a cogliere elementi significativi che altrimenti rimarrebbero nascosti, estrapolandoli da enormi quantità di dati. Ma, allo stesso tempo, i nostri livelli di comprensione del dato puro non sono e probabilmente non saranno mai replicabili dai computer.

Raccogliere una raccomandazione di trattamento fornita dall’Intelligenza Artificiale e decidere se è giusta o meno per il paziente – anche quando supportata da una discreta mole di dati – deve dipendere ancora interamente da un processo decisionale umano. Ci sono elementi che un computer non è ancora in grado di integrare per avere un quadro completo. Quali sono le preferenze del paziente? Quali sono i valori morali del paziente? Che cosa significa applicare una certa procedura per la vita del paziente e per la sua famiglia? Queste sono scelte di contesto che è difficile immaginare come demandabili all’Intelligenza Artificiale.

Con l’aumentare della precisione dei sistemi di Intelligenza Artificiale potremmo cominciare a vedere una mutazione positiva del ruolo dei medici: da essere raccoglitori di dati e analizzatori ad essere interpreti e consulenti per i pazienti che cercano risposte sulla loro salute.

L’uomo potrà concentrarsi su tutte quelle attività direttamente collegate alla cura del paziente a tutto tondo demandando alle macchine l’enorme lavoro di raccolta e analisi dei dati: ciò renderà sempre più puntuale ed efficace l’intervento in caso di necessità, così come favorire sempre di più l’attività di prevenzione che è e rimarrà sempre il miglior modo per assicurare ai più una vita lunga e serena.


 

immagine di un manichino dove è esposto il nostro sistema digerente

Diverticolite: prevenzione e consigli per ridurne gli effetti

Diverticolite

Prevenzione e consigli per ridurne gli effetti

Quando la parete mucosa del nostro intestino si spinge verso l’esterno, approfittando delle zone di minor resistenza, si possono formare i diverticoli, che sono delle formazioni simili a tasche.

I diverticoli sono presenti – spesso senza alcun effetto (diverticolosi) – nell’organismo di circa il 10% della popolazione e si sviluppano normalmente nella parete del colon, oppure nell’intestino crasso, prevalentemente in persione che hanno superato i 50 anni di età.

La loro formazione si verifica nel corso del tempo, probabilmente a causa di una dieta scarsa di fibre o per aver consumato troppa carne rossa.

La scoperta dei diverticoli spesso avviene in maniera casuale, durante esami endoscopici o radiologici, proprio perché normalmente la loro presenza è asintomatica.

I problemi possono verificarsi se una tasca si infetta, si gonfia e si infiamma, il che accade a circa il 5% delle persone con diverticolosi. Questa condizione si chiama diverticolite. I sintomi più frequenti sono dolore nella parte sinistra inferiore dell’addome, febbre, brividi e cambiamenti nelle feci. La diverticolite spesso causa anche nausea e vomito.

Il trattamento della diverticolite spesso si concentra su una dieta a breve termine con basse quantità di fibre – così da rilassare il tratto digestivo – e possibilmente antibiotici per affrontare l’infezione.

Alcune persone soffrono particolarmente a causa di attacchi ripetuti. Soprattutto in questi frangenti è importante sapere che si può sviluppare un  serio ascesso in una di queste tasche: in questo caso potrebbe essere necessario rimuovere ambulatoriamente la sezione colpita, se il danno è severo.

Come ridurre il rischio di attacchi

Certamente si possono prendere misure per ridurre il rischio di attacchi e complicazioni ripetuti.

Dopo e soltanto dopo che l’infezione è stata affrontata, generalmente viene consigliato di reintrodurre fibra alla dieta quotidiana, per esempio mangiando

  • cereali integrali
  • legumi compresi fagioli e lenticchie
  • verdure
  • bacche
  • frutta con pelle commestibile
  • noci
  • castagne
  • mandorle

L’obiettivo è quello di consumare almeno 25 grammi di fibra al giorno per le donne, 38-40 per gli uomini e sostituire il più possibile la carne rossa con pollame e pesce. Anche l’esercizio cardiovascolare vigoroso aiuta a diminuire le possibilità di insorgenza di nuovi attacchi.

Chiedete inoltre al vostro medico di controllare che i medicinali che normalmente assumete non siano a loro volta fattori di rischio per nuove crisi: è probabile che in questo caso ci siano delle alternative. I medicinali a rischio sono alcuni antinfiammatori non steroidei (FANS) come l’aspirina o l’ibuprofene: l’acetaminofene (Paracetamolo) può essere più adatto al vostro caso.

Le stesse misure qua sopra elencate sono ovviamente valide anche per chi non ha sviluppato diverticolosi, nè tanto meno diverticolite.


 

1 2 3 6