Un gene proteggeva i nostri antenati dall’attacco di cuore

Un gene proteggeva i nostri antenati dall’attacco di cuore

Circa 4 milioni di uomini e 3.5 milioni e mezzo di donne muoiono ogni anno nel mondo per attacco di cuore. L’infarto e le malattie cardiovascolari sono, a tutt’oggi, il nemico numero uno per la nostra salute.

Sappiamo benissimo quali siano gli indicatori da tenere sotto controllo per capire se si è più esposti al rischio di attacco di cuore: pressione alta, accumulo di colesterolo, vita sedentaria, fumo, stress, cattiva alimentazione…

Quello che la scienza si è sempre chiesto, però, è come mai in natura esistano esseri molto simili all’uomo, per esempio gli scimpanzè, che sembrano quasi totalmente immuni dal rischio d’infarto, anche in caso di sedentarietà e di livelli elevati di colesterolo.

La perdita di un singolo e specifico gene nei nostri antenati può aiutare a spiegare perché gli esseri umani sono gli unici animali in cui gli attacchi cardiaci sono comuni.

Per noi si è sempre trattato di un vero e proprio mistero – afferma il Prof. Ajit Varki della University of California San Diego School of Medicine – Ci siamo sempre chiesti che cosa ci fosse di insolito negli esseri umani, rispetto all’attacco di cuore.

Due o tre milioni di anni fa i nostri antenati hanno acquisito una mutazione genetica che ha inattivato un gene, rendendoci carenti di molecole chiamate acidi sialici. Nello studio, pubblicato dal PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United State of America), i ricercatori hanno modificato geneticamente alcuni topi così da essere più simili agli esseri umani nella loro carenza di una molecola di zucchero specifica chiamata Neu5Gc. Quello che è emerso dall’esperimento è che, nelle cavie modificate e sottoposte ad un regime alimentare ricco di grassi, la presenza di aterosclerosi (causa principale dell’insorgenza di infarti e ictus) era quasi il doppia rispetto a quella riscontrabile nei topi non modificati.

Anche se l’aterosclerosi può avere effetti devastanti sul corpo, l’inattivazione del gene CMAH avvenuta nella nostra razza non ha effetti soltanto negativi:

Certo, è una mutazione ormai permanente negli esseri umani, non è più possibile invertirla – conclude il Prof. Varki – In realtà non ha alcun senso pensare di invertirla perché porta con sè anche molti altri effetti, come quelli che aiutano a spiegare perché gli esseri umani sono molto bravi a correre su lunghe distanze.

Da questa ricerca, oltre alla semplice curiosità risolta su come fosse possibile essere più soggetti ad attacchi di cuore rispetto a specie simili alla nostra, si spera di sviluppare una sorta di antidoto che ci permetta di consumare delle  modiche quantità di carni rosse godendo dei loro nutrienti senza necessariamente subirne gli effetti negativi. A questo punto si ferma la notizia e comincia il necessario periodo di studio e approfondimento. Ovviamente vi terremo aggiornati qualora emergessero future novità.


 

Due mani operano una finta tiroide costruita con pezzi di puzzle

Ipotiroidismo: parliamo di dieta e alimentazione

Ipotiroidismo

Parliamo di dieta e alimentazione

La tiroide è una ghiandola endocrina dalla caratteristica forma di farfalla che si trova nella parte anteriore del collo e che è coinvolta in numerose funzioni dell’organismo, soprattutto quelle che regolano il nostro metabolismo.

L’ipotiroidismo è una sindrome che rende insufficiente l’azione degli ormoni tiroidei, prevalentemente quando la tiroide stessa non ne produce una quantità sufficiente con un conseguente squilibro di tutto l’organismo. Soffrire di ipotiroidismo può rallentare il metabolismo, causando aumento di peso, affaticamento e altri sintomi.

Spesso la via medica per trattare questa sindrome è quella che prevede di ricorrere all’uso di medicinali in grado di riequilibrare l’organismo rimpiazzando gli ormoni tiroidei mancanti.

Dieta e Ipotiroidismo

La dieta e le scelte alimentari non sono in grado di curare l’ipotiroidismo ma svolgono tre ruoli fondamentali che vanno conosciuti per gestirne la condizione:

  • Gli alimenti che contengono determinati nutrienti possono aiutare a mantenere una corretta funzione della tiroide, per esempio lo iodio, il selenio, lo zinco.
  • Altri alimenti invece interferiscono a detrimento della normale funzione tiroidea, come quelli contenenti soia. Limitando questi prodotti alimentari i sintomi possono essere alleviati.
  • Alcuni alimenti e integratori, infine, possono interferire negativamente con il modo in cui il corpo assorbe i farmaci sostitutivi della tiroide. La limitazione di questi alimenti può quindi aiutare l’organismo.

L’ipotiroidismo rallenta il metabolismo. Per questo è spesso correlato all’aumento di peso. Le persone affette da questa sindrome dovrebbero porre quindi particolare attenzione alla loro dieta, scegliendo prodotti in grado di diminuire l’effetto della mancata produzione ormonale.

È quindi utile conoscere quali sostanze siano in grado di migliorare la qualità della vita di chi è affetto da ipotiroidismo e in quali alimenti si possano reperire naturalmente.

IODIO

Il nostro corpo non è in grado di produrre naturalmente lo iodio, sostanza però necessaria alla produzione di ormoni.  È quindi importante assurmere questa sostanza scegliendo cibi in grado di fornirne come:

  • formaggi
  • latte
  • gelato
  • sale da tavola iodato
  • pesce d’acqua salata
  • uova intere

Bisogna fare attenzione al fatto che anche un’assunzione di quantità troppo elevate di iodio può contribuire a peggiorare l’ipotiroidismo o a produrre ipertiroidismo. Per questo è sempre indicato rivolgersi ad un professionista in grado di costruire con il paziente e poi modificare nel tempo una dieta corretta.

SELENIO

Il selenio è nutriente antiossidante che svolge un importante ruolo nella produzione degli ormoni tiroidei. Gli stessi tessuti della tiroide contengono il selenio in maniera naturale.

Gli alimenti ricchi di selenio includono:

  • tonno
  • gamberi
  • manzo
  • tacchino
  • pollo
  • prosciutto
  • uova
  • fiocchi d’avena
  • pane di farina integrale

ZINCO

Lo zinco è un altro nutriente che ha importanti effetti benefici sugli ormoni tiroidei e quindi sul metabolismo del nostro organismo.

Gli alimenti ricchi di zinco includono:

Gli alimenti che sarebbe meglio evitare

Alcuni alimenti contengono sostanze nutrienti che potrebbero contribuire ad un cattivo funzionamento della produzione tiroidea. Anche se non stiamo parlando di alimenti da vietare, un uso ridotto si è dimostrato efficace nel ridurre le sintomatologie di questa sindrome.

GOZZIGENI

Tra gli alimenti che contengono gozzigenianti-tiroidei possiamo segnalare:

  • cavoli
  • cavoletti di Bruxelles
  • cavolo russo
  • broccoli
  • cavolfiore

È molto importante però ricordare come questi alimenti offrano anche molti benefici per la salute. Le persone affette da ipotiroidismo possono assolutamente godere di questi cibi se assunti con moderazione: gli scienziati ritengono che questi cibi influenzino solo gli ormoni di chi ne consuma in eccesso. Va aggiunta l’importante informazione che il processo di cottura sembra disattivare gli effetti negativi sulla tiroide delle sostanze gozzigene.

SOIA

Negli ultimi anni alcuni ricercatori hanno scoperto che la soia può interferire con il modo in cui la tiroide produce ormoni.

In uno studio clinico pubblicato nel 2017, una paziente aveva sviluppato un grave ipotiroidismo dopo aver consumato una bevanda salutare contenente elevate quantità di soia per 6 mesi. Le sue condizioni sono poi migliorate dopo aver sospeso la bevanda e assunto farmaci sostitutivi dell’ormone tiroideo.

Gli alimenti che contengono soia includono:

  • latte di soia
  • salsa di soia
  • fagioli di soia
  • tofu
  • miso

ALIMENTI PROCESSATI o TRASFORMATI

Una persona dovrebbe evitare gli alimenti processati che tendono ad essere densi di calorie pur offrendo pochi benefici nutrizionali. Questa tipologia di alimenti è nota anche per favorire l’aumento di peso.

Esempi di alimenti perocessati includono:

  • Fast food
  • hot dog
  • ciambelle
  • torte
  • biscotti

GLUTINE

L’Ipotiroidismo può avere legami con una malattia autoimmune sottostante. Chi presenta i sintomi di questa sindrome può quindi essere più a rischio di altri di sviluppare altre condizioni autoimmuni come la celiachia.

La celiachia causa infiammazione cronica e danni all’intestino tenue a causa dell’ingestione di glutine. Il glutine è una proteina contenuta nel grano e in altri cereali, tra cui orzo, avena e segale.

Trattare la celiachia comporta seguire una dieta priva di glutine. Anche se non è ancora stato accertato un legame certo, le persone con ipotiroidismo autoimmune possono tentare di eliminare il glutine dalla loro dieta per vedere se i loro sintomi migliorano.


Come sempre queste informazioni e questi consigli hanno un carattere informativo. Il nostro intento è di farvi percepire l’importanza di affrontare questioni come l’ipotiroidismo assieme ad un professionista in grado di costruire con voi un percorso medico che corrisponda al vostro reale stato di salute. I professionisti di Villa Donatello, per esempio quelli che formano il team per il percorso di cura EndOsMet, sono a vostra disposizione per analizzare la vostra situazione personale.

un ragazzo con folta barba bacia una ragazza sulla guancia

Il trattamento del tumore al testicolo non porta necessariamente all’infertilità

Tumore al testicolo

Il trattamento chemioterapico post-operatorio non porta necessariamente all’infertilità

I giovani ai quali è stato diagnosticato il tumore al testicolo spesso sono sopraffatti dall’idea che il trattamento della malattia possa mettere a rischio la loro capacità di diventare padri. I dati di una nuova ricerca dovrebbero però essere in grado di rassicurarli: durante la sperimentazione il numero di spermatozoi misurato in uomini che avevano ricevuto un solo ciclo di chemioterapia o radioterapia dopo l’intervento chirurgico del carcinoma testicolare allo stadio precoce, ha subito un calo nel breve termine, per poi salire di nuovo ad una conta normale.

Quello che la scienza già conosceva è che diversi cicli di chemioterapia, o alte dosi di radioterapia somministrate a uomini con carcinoma testicolare più avanzato, possono ridurre il conteggio e la concentrazione degli spermatozoi, ma non era chiaro se un singolo ciclo di chemioterapia o radioterapia avrebbe avuto lo stesso effetto.

Per scoprirlo, un gruppo di ricercatori ha esaminato 182 soggetti di età compresa tra i 18 ei 50 anni che hanno subito un intervento chirurgico per il cancro del testicolo di stadio 1. L’intervento è stato seguito da un ciclo di chemioterapia, un corso di radioterapia o nessun ulteriore trattamento.

A questo punto è stato chiesto ai soggetti della ricerca pubblicata lo scorso 24 Febbraio su Annals of Oncology, di fornire campioni di sperma sei mesi, un anno, due anni, tre anni e cinque anni dopo l’intervento.

Non abbiamo riscontrato alcun effetto dannoso a lungo termine clinicamente significativo né nel numero totale di spermatozoi né nella loro concentrazione, indipendentemente dal tipo di trattamento postoperatorio ricevuto – ha dichiarato Kristina Weibring, oncologa presso l’ospedale universitario Karolinska di Stoccolma e ricercatrice a capo dello studio.

Tra i pazienti che hanno ricevuto la radioterapia c’è stata una netta diminuzione del numero medio di spermatozoi e della concentrazione sei mesi dopo il trattamento, non in quelli che hanno invece affrontato un ciclo di chemioterapia – ha proseguito la Weibring – Tuttavia il numero di spermatozoi e la loro concentrazione sono tornati normali anche nel primo gruppo già dopo sei mesi dalle cure post-operatorie.

La dottoressa Weibring ha ricordato l’importanza del ciclo di chemioterapia postoperatoria, visto che si è dimostrato in grado di allontanare sostanzialmente il rischio di recidiva, riducendo così il numero di pazienti che devono essere trattati invece con diversi cicli di chemioterapia.

Il tumore al testicolo è la forma di cancro più comune nei giovani maschi di età compresa tra i 15 ei 40 anni. Tutti i pazienti in questa condizione vengono sottoposti a intervento chirurgico per rimuovere il testicolo colpito dalla malattia: una procedura chiamata orchiectomia.

I pazienti con tumore al testicolo sono spesso giovani uomini che vogliono generare figli. Abbiamo riscontrato in molti casi che i pazienti temono il potenziale rischio di infertilità causato dal trattamento chemioterapico. Noi speriamo che questi risultati forniscano loro una solida base per essere rassicurati e per affrontare la terapia nella maniera più proattiva possibile – aggiunge la dottoressa Weibring.

Mentre i risultati sono promettenti, rimangono necessari ulteriori studi di approfondimento.

Raccomandiamo sempre ai nostri pazienti di rivolgersi comunque ad una banca per la conservazione del seme prima dell’orchiectomia, in quanto un certo numero di uomini può avere una bassa conta spermatica già al momento della diagnosi che persiste anche dopo il trattamento postoperatorio – conclude la Weibring.

La scoperta che un ciclo di chemioterapia ha un impatto minimo sul numero di spermatozoi offre speranza a migliaia di pazienti in tutto il mondo, ma dobbiamo comunque tenere a mente che questi dati sono preliminari e richiederanno la validazione definitiva della Scienza prima di poterli accettare come un dato di fatto.


 

un uomo co una folta barba è illuminato da una fila di led viola

Quale emisfero del cervello utilizzi di più?

Quale emisfero del cervello utilizzi di più?

Fatti e mistificazioni sul nostro “organo pensante”

Quante volte vi è capitato di trovare in Rete un quiz o qualcosa di simile che pretendeva di riuscire a farvi capire quale esmisfero del cervello determinasse il vostro modo di essere?

L’importanza che viene attribuita a questa eventuale risposta, nel sentire comune, avrebbe infatti implicazioni sulla nostra personalità. Molti credono che le persone che utilizzano prevalentemente la parte sinistra del cervello dovrebbero essere più inclini alla matematica e alle scienze analitiche, mentre le persone che utilizzano la parte destra avrebbero una propensione naturale verso la creatività.

Ma quanto di tutto ciò è vero? Come spesso accade la risposta più sensata è “soltanto in parte“. Anche se è vero che ognuno dei nostri emisferi svolge ruoli leggermente diversi, gli individui in realtà non hanno un lato dominante del cervello che governa la loro personalità e le loro abilità.

La ricerca ha rivelato piuttosto che le persone usano entrambi gli emisferi cerebrali praticamente in egual misura. Tuttavia, ciò che è vero è che l’emisfero sinistro del cervello è più collegato all’uso del linguaggio, mentre l’emisfero destro è applicato più alla complessità della comunicazione non verbale.

Destra contro Sinistra

No, non vogliamo scendere nell’agone politico, ma semplicemente parlare del dualismo presunto degli emisferi del nostro cervello.

Secondo la credenza popolare ognuno ha un lato del proprio cervello che è dominante e determina la personalità, i pensieri e il comportamento.

Dato che le persone possono essere mancine o destrorse, viene dato per scontato che possano quindi essere anche dominate da un emisfero invece che dall’altro.

Si dice quindi che le persone che si avvalgono prevalentemente della parte sinistra del cervello siano più:

  • analitici
  • logici
  • attenti al dettaglio e orientati verso i fatti
  • abili con i numeri
  • predisposte a pensare utilizzando le parole

Le persone invece con l’emisfero destro preponderante sarebbero più:

  • creative
  • aperte al libero pensiero
  • in grado di vedere il quadro generale delle cose
  • intuitive
  • probabilmente abituate a pensare per visualizzazioni piuttosto che con le parole

Che cosa ci dice la ricerca?

Ricerche recenti suggeriscono che la teoria del cervello sinistro e del cervello destro non è corretta.

Uno studio del 2013 ha esaminato le immagini tridimensionali di oltre 1.000 cervelli. In quell’occasione è stata misurata l’attività di entrambi gli emisferi grazie all’ausilio di uno scanner per la risonanza magnetica. I risultati ottenuti mostrano che ogni persona usa entrambi gli emisferi del cervello e che non sembra esserci un lato dominante.

Tuttavia è risultato vero che l’attività cerebrale di una persona differisce a seconda del compito che stasvolgendo. Ad esempio un altro studio afferma che i centri del linguaggio nel cervello si trovano nell’emisfero sinistro, mentre l’emisfero destro è specializzato per le comunicazioni emozionali e non verbali.

Il contributo portato alla ricerca sulla specializzazione emisferica delle funzioni cognitive ha portato, per esempio Roger W. SperryDavid Hunter Hubel e Torsten Nils Wiesel a vincerei il Premio Nobel nel 1981. Tuttavia, l’esagerazione culturale popolare attorno a queste scoperte ha portato allo sviluppo di credenze sulle personalità diverse in relazione alla preponderanza di un emisfero rispetto all’altro.

La dominanza emisferica differisce da persona a persona?

Il lato del cervello utilizzato in ogni attività non è lo stessa per ogni persona. Il lato del cervello che viene utilizzato per determinate attività può essere influenzato, per esempio, dal fatto che una persona sia mancina o destrorsa.

Uno studio del 2014 osserva che fino al 99% degli individui destrimani ha centri linguistici nella parte sinistra del cervello. Ma così è anche per circa il 70% delle persone mancine.

La dominanza emisferica varia da persona a persona anche in base alle diverse attività. Alla Scienza saranno necessarie ulteriori ricerche per comprendere appieno tutti i fattori che influiscono su questo aspetto.

In conclusione

La teoria che la personalità di una persona sia legata al predominio dell’emisfero sinistro o di quello destro del cervello non è supportata dalla ricerca scientifica.

Alcune persone potrebbero credere che questa teoria sia effettivamente in linea con le loro attitudini. Tuttavia, per comprendere la complessità di questo incredibile organo, non si dovrebbe fare affidamento su impressioni di questo tipo quanto invece si dovrebbe utilizzando modelli scientificamente accurati.

La convinzione comune sull’influenza degli emisferi sulla nostra personalità può essersi radicata così tanto perché, in realtà, l’attività cerebrale non è simmetrica e varia da persona a persona.


 

una ragazza sta dormendo su un lenzuolo bianco

Insonnia: ne esistono 5 diverse tipologie, differentemente trattabili?

Insonnia: ne esistono 5 diverse tipologie, differentemente trattabili?

Un nuovo studio clinico prova a dimostrarlo

L’insonnia è un pernicioso problema di salute che affligge molte persone, ma il mondo della ricerca può rendere il disturbo più facile da identificare e successivamente trattare. A quanto pare l’insonnia non è un problema di salute sempre uguale in tutte le situazioni: un nuovo studio ha scoperto che ci sono 5 tipologie di insonnia, con sintomatologie differenti per ognuna di esse e che possono anche richiedere cure mediche diverse a seconda della situazione.

Per capire l’entità della diffusione di questa condizione l’Università della Pennsylvania afferma che 1 persona su 4 negli Stati Uniti è affetta da insonnia ogni anno. L’American Academy of Sleep Medicine aggiunge che circa il 10% delle persone soffrono una condizione di insonnia cronica che interferisce con la loro vita quotidiana. I sintomi comuni dell’insonnia comprendono

  • difficoltà ad addormentarsi e dormire
  • risveglio precoce durante la notte
  • affaticamento durante il giorno

Sono le donne ad avere maggiori probabilità di sperimentare l’insonnia rispetto agli uomini, così come lo sono le persone sole che vivono in condizione di emarginazione.

Il recente studio di cui stiamo parlando è stato condotto da ricercatori dell’Istituto olandese di neuroscienze (NIN) ed è stato pubblicato su The Lancet Psychiatry lo scorso 7 gennaio.

Con l’aiuto di migliaia di volontari gli scienziati sono stati in grado di scoprire che l’insonnia è un problema di salute più complicato di quanto abbiamo pensato fino ad oggi.

Le 5 tipologie di insonnia scoperte

I ricercatori del NIN hanno scoperto il modo in cui si manifesta questo disturbo di salute: i sintomi che l’accompagnano possono variare a seconda del tipo di insonnia.

Una tipologia – la tipo 1 – pare caratterizzata dal “nevroticismo“: la tendenza a lungo termine di una persona ad essere in uno stato emotivo negativo o ansioso. Non si tratta di una condizione medica ma di un tratto della personalità che viene spesso confuso con la nevrosi.

Le tipologie chiamate “2” e “3”, di contro, sembravano meno legate a situazioni angoscianti come quelle del tipo 1. Infatti, come hanno rivelato i ricercatori nel comunicato stampa dell’8 Gennaio, i tipi 2 e 3 sembrano più legati rispettivamente a un’alta o bassa sensibilità rispetto alla sensazione di gratificazione delle azioni o degli eventi che ci accadono.

Le tipologie 4 e 5 non sembrano per niente legate a sentimenti di tensione o angoscia. Per la tipologia 4 il fattore scatenante sembra legato ad uno stile di vita stressante, che può provocare insonnia grave e di lunga durata; le persone che sono state fatte ricadere nella tipologia 5, invece, non sembrano essere influenzate neppure da questo elemento.

Gli scienziati hanno sottoposto i soggetti della ricerca ad elettroencefalografia (EEG) – una scansione che misura le onde cerebrali – scoprendo che i gruppi di persone suddivisi per ogni tipologia di insonnia ipotizzata rispondevano in modo diverso agli stimoli esterni. Quando gli scienziati hanno testato i volontari a cinque anni di distanza dalla raccolta dei risultati iniziali, la maggior parte dei volontari aveva mantenuto lo stesso tipo di insonnia, cosa che i ricercatori hanno abbinato dunque ad un tratto distintivo e duraturo.

Il passo in più, realizzato dai membri del gruppo di studio che ha identificato le 5 distinte tipologie di insonnia, è stato quello di scoprire che i trattamenti medici più efficaci differivano da tipo a tipo. Ad esempio, alcuni soggetti sembravano più reattivi alla terapia cognitivo comportamentale, mentre altri sembravano più reattivi ai farmaci per il sonno.

Il risultato più interessante di tutto questo studio, quindi, è che anche se abbiamo sempre considerato l’insonnia come un disturbo, in realtà sembra articolarsi in cinque distinti disturbi: i meccanismi cerebrali che li accompagnano sono molto diversi.

Questa nuova scoperta favorisce ulteriori ricerche sull’insonnia e, soprattutto, sullo sviluppo di potenziali trattamenti mirati. Sebbene questa ricerca sia la prima nel suo genere, si spera che medici e ricercatori possano ottenere nuovi risultati e continuare a comprendere meglio le varie tipologie esistenti, soprattutto per venire incontro a quella persona ogni dieci che vive una condizione pesantissima sotto gli effetti di questa patologia.


 

immagine rappresentativa del bruciore di stomaco

Il Reflusso acido: rimedi e stili di vita per ridurne l’insorgenza

Il Reflusso acido

Rimedi e Stili di Vita che ne riducono l’insorgenza

Il reflusso acido (più correttamente il reflusso gastroesofageo) può causare una sensazione dolorosa di bruciore alla gola o al torace che comunemente le persone chiamano bruciore di stomaco. Semplici rimedi casalinghi e consigli sullo stile di vita possono aiutare a ridurre o prevenire il reflusso acido e il bruciore di stomaco.

Il reflusso acido si verifica quando la valvola tra il tubo digerente e lo stomaco, noto come lo sfintere esofageo inferiore (SEI), non si riesce a chiudere correttamente dopo aver mangiato, il che consente all’acido dello stomaco di fuoriuscire nel tubo del cibo.

Il reflusso acido è molto comune e si può accompagnare ad altri sintomi che possono includere vomito, alito cattivo, erosione dei denti e un sapore amaro o aspro nella parte posteriore della bocca.

I sintomi  e la presenza di questo problema non vanno assolutamente trascurati. È possibile infatti che il reflusso acido frequente o prolungato possa svilupparsi in una forma più grave di reflusso conosciuta come malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE).


Rimedi casalinghi e consigli sullo stile di vita
che possono aiutare a ridurre o prevenire il reflusso acido

Perdere peso

Diversi studi scientifici hanno trovato un’associazione tra l’obesità e la MRGE. Anche se la ragione dell’associazione non è chiara, i ricercatori ritengono che l’aumento della pressione addominale che si verifica a causa di un aumento di peso può causare il rilassamento dello sfintere esofageo inferiore, con conseguente perdita di acido gastrico nel tubo digerente.

Uno studio del 2013 ha studiato l’effetto della perdita di peso sulla MRGE tra gli adulti in sovrappeso e obesi. Dei 332 partecipanti che hanno preso parte allo studio il 37% ha riferito di aver avuto sintomi di MRGE.

Dopo aver completato un programma di perdita di peso strutturato di 6 mesi, il 65% di questi partecipanti ha riferito che i loro sintomi erano completamente svaniti; un altro 15% ha notato invece un parziale miglioramento della sintomatologia.

 

Tenere un diario alimentare

Molte persone riferiscono che certi alimenti specifici possono innescare in loro il reflusso acido e il conseguente bruciore di stomaco. Questi elementi scatenanti differiscono da persona a persona, ma alcuni esempi comuni includono:

  • caffeina
  • caffè
  • cioccolato
  • alcool
  • soda e altre bevande gassate
  • cibi grassi, piccanti, fritti e salati
  • agrumi e succhi
  • aglio e cipolle
  • pomodori

Uno studio del 2014 ha rilevato come le persone soggette alla Malattia da Reflusso gastroesofageo tendessero a manifestare sintomi più gravi dopo aver mangiato cibi grassi, fritti, acidi o piccanti.

I cibi acidi, va da sè, contengono alti livelli di acido, mentre gli alimenti piccanti contengono una sostanza chimica chiamata capsaicina. Entrambi possono irritare il tubo digerente.

Gli alimenti grassi contribuiscono ai sintomi di MRGE interferendo con lo sfintere esofageo inferiore e rallentando la digestione nello stomaco.

Le persone con reflusso acido possono trarre beneficio dal tenere un diario alimentare, in grado di aiutarli a identificare i singoli alimenti che scatenano i sintomi.

Conformarsi a pasti regolari e porzioni ridotte

Uno studio del 2014 ha confrontato le abitudini alimentari delle persone in cui è presente o meno la Malattia da reflusso gastroesofageo.

Mentre tutti i partecipanti di solito mangiavano tre pasti al giorno, quelli affetti da MRGE hanno saltato almeno un pasto molto più spesso di quelli che non ne erano affetti.

I partecipanti affetti da MRGE hanno anche dimostrato di incorrere in una probabilità maggiore di concentrare nel pasto serale la maggior parte dell’apporto di cibo piuttosto che dividere il loro apporto calorico in modo più uniforme tra il pranzo e la cena. I pasti abbondanti aumentano la quantità di cibo che lo stomaco ha bisogno di digerire, il che può peggiorare il reflusso acido.

I ricercatori raccomandano di consumare almeno tre pasti al giorno per prevenire e curare la MRGE. Suddividere in quattro o cinque pasti più piccoli potrebbe essere ancora più vantaggioso.

Alzare la testiera del letto

Alcune persone sperimentano un peggioramento del reflusso acido durante la notte. Questo tipo di reflusso acido è noto come reflusso gastroesofageo notturno o reflusso notturno e può avere un impatto negativo sul sonno di una persona.

Sdraiarsi dopo un pasto abbondante può contribuire al reflusso acido perché è più facile che il contenuto dello stomaco rifluisca nel tubo digerente quando una persona non è in posizione eretta.

Un piccolo studio del 2014 si proponeva di valutare se sollevare la testa più in alto di 20cm, mentre si è sdraiati a letto, migliorasse i sintomi in alcune persone che avevano ricorrente reflusso notturno.

Dopo 6 giorni di sonno effettuato in una posizione più sollevata i partecipanti hanno sperimentato una significativa riduzione del reflusso notturno e il 65% ha anche riportato una diminuzione dei disturbi del sonno.

L’International Foundation for Functional Gastrointestinal Disorders (IFFGD) raccomanda alle persone che subiscono regolarmente il reflusso notturno di provare a inserire una zeppa triangolare sotto la testiera del letto. Questa elevazione dovrebbe mantenere il tubo digerente sollevato sopra lo stomaco durante il sonno.

Evitare  il cibo prima dell’orario del sonno

Mangiare a tarda notte può aumentare la probabilità di riflusso notturno.

Uno studio del 2013 ha studiato la relazione tra diversi modelli alimentari e la Malattia da Riflusso Gastroesofageo. I ricercatori hanno scoperto che mangiare pasti più vicini al momento di andare a dormire era associato a un aumento dei sintomi della MRGE.

La produzione di acido gastrico è più alta durante le prime 3 ore dopo aver mangiato. Un altro studio del 2013, compiuto su persone che avevano ricevuto un trattamento per il reflusso acido, ha rilevato che i partecipanti avevano maggiori probabilità di manifestare una ricomparsa dei sintomi se mangiavano meno di 3 ore prima di andare a dormire.

Limitare l’assunzione di alcol

Sempre secondo l’IFFGD, l’alcol è fattore che provoca il bruciore di stomaco, soprattutto perché:

  • è irritante del tubo digerente
  • interferisce con la corretta funzione dello sfintere esofageo inferiore
  • aumentaa la produzione di acido dello stomaco

Tuttavia uno studio scientifico effettuato su larga scala ha messo in evidenza come molti altri fattori legati allo stile di vita, tra cui la cattiva qualità del sonno e abitudini alimentari irregolari, fossero fattori di rischio più forti per la MRGE rispetto all’alcol. Una revisione di questi dati ha permesso di concludere che non vi sono prove scientifiche sufficienti per dimostrare che la riduzione dell’assunzione di alcol migliori i sintomi di MRGE.

È nostro consiglio, per le persone che trovano che l’alcol inneschi o peggiori il loro reflusso acido, ridurne l’assunzione.

Smettere di fumare

Secondo una ricerca del 2016 il fumo da tabacco può contribuire al reflusso acido:

  • interferendo con la corretta funzione dello sfintere esofageo inferiore
  • rendendo la saliva meno efficace nel neutralizzare l’acido dello stomaco

La ricerca ha rilevato che rinunciare al fumo ha portato ad una diminuzione della MRGE grave, ma solo per individui con un peso corporeo equilibrato per le loro proporzioni. I partecipanti in sovrappeso o obesi non hanno mostrato la stessa riduzione dei sintomi nonostante l’abbandono del fumo.


Quando rivolgersi al medico

Il nostro consiglio è quello di parlare con il proprio medico di famiglia o con un professionista se i sintomi di reflusso persistono o peggiorano nel corso di poche settimane e soprattutto se si manifestano alcuni dei seguenti sintomi:

  • dolore al petto durante l’esecuzione di un’attività
  • perdita di peso inspiegabile
  • soffocamento durante l’alimentazione o difficoltà a deglutire cibi e liquidi
  • reazione di vomito con presenza di sangue o di una sostanza che assomiglia ai fondi di caffè

Uno qualsiasi dei sintomi di cui sopra potrebbe indicare un problema di salute potenzialmente letale che richiede cure mediche urgenti.

Conclusioni

Il reflusso acido è comune e si verifica quando il contenuto dello stomaco risale il tubo digerente. Il reflusso acido frequente o prolungato può portare a una condizione più grave nota come Malattia da Reflusso Gastroesofageo.

Alcuni rimedi casalinghi e consigli sullo stile di vita possono aiutare a ridurre o prevenire il reflusso acido. Questi includono perdere peso, tenere un diario alimentare, mangiare pasti regolari e alzare la testa del letto.

Chiunque soffra di reflusso acido per più di qualche settimana dovrebbe consultare un medico.


 

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