Un ragazzo dalla felpa rossa corre affaticato

La respirazione nella corsa

La Respirazione nella corsa

Come funziona e qualche consiglio per gli sportivi non professionisti

Quasi tutte le persone che decidono di mantenersi in forma o di riprendere a fare attività fisica dopo lunghi periodi di sedentarietà, scelgono la corsa come metodo principale di approccio allo sport.

Nei parchi, sui lungomare, per le strade delle nostre città anche in orari inusuali, c’è sempre qualcuno che corre con andatura più o meno incerta.

Quando si affronta la corsa, soprattutto se non allenati, una delle cose più importanti da sapere utilizzare e il controllo della respirazione.

Il cosiddetto fiatone che molti patiscono, tanto più se alla ripresa di un’attività interrotta o abbandonata da tempo, dipende dall’attività aerobica che mettiamo in moto correndo. I nostri muscoli, in quel frangente, stanno bruciando una quantità di energia maggiore del solito. Sono i grassi e gli zuccheri presenti nel nostro corpo che vengono coinvolti in questa produzione di energia, che per poter avvenire ha però bisogno di ossigeno.

La quantità di ossigeno necessario durante l’allenamento della corsa può arrivare, sopratutto in soggetti molto allenati o professionisti, a 10 volte la quantità che serve in stato di requie.

Nella nostra immaginazione la mancanza di fiato dopo pochi minuti dall’inizio dell’attività di corsa è legata alla capacità polmonare.

Correndo faccio fatica a respirare, ma lo capisco, sono un fumatore…

Senza dovervi ribadire che il fumo è nocivo a prescindere da che voi decidiate o meno di fare attività sportiva, in questo caso la causa principale del vostro affaticamente non dipende direttamente – o meglio, principalmente – dai polmoni.

Quali fattori influenzano di più il dispendio di ossigeno nei corridori amatoriali?

Il peso: Proprio chi si trova in una condizione di sovrappeso cerca di utlizzare la corsa per favorire un dimagrimento. Dal punto di vista meccanico il nostro corpo, che si trova a dover sorreggere una stazza più grande di quanto sarebbe ideato per sopportare, deve bruciare più energia, quindi ossigeno, per poter favorire l’atto della corsa.

Il Metodo: Correre è una delle attività più naturali per l’uomo. Corriamo sin da bambini, ma questo non toglie che saper correre, ossia saper affrontare la corsa utilizzando bene i tempi, le velocità e la postura, aiuti a sfruttare meglio il nostro corpo e l’energia che serve per muoverlo. Per questo è utile farsi dare dei consigli, seguire quando possibile un esperto. Gestire il movimento e lo sforzo diminuisce la necessità di ossigeno: a parità di velocità, un corridore allenato riesce a spendere minori energie.

Controllo dei muscoli respiratori: Visto che proprio l’ossigeno è al cento dell’attività che svolgiamo correndo, è molto importante saper utilizzare i muscoli che regolano la respirazione, soprattutto il diaframma, così da ottimizzare l’uso dell’ossigeno e rendere il nostro organismo complessivamente più efficiente.

Se la nostra attività di corsa è costante nel tempo avvengono nel nostro corpo altri due mutamenti molto imporanti

  • la capillarizzazione: il meccanismo attraverso il quale, col tempo e la costanza, aumentano i piccoli vasi sanguigni che permettono una migliore ossigenazione dei muscoli coinvolti nell’attività (principalmente le gambe)
  • la portata cardiacala quantità di sangue che un ventricolo può pompare durante un’attività sportiva aumenta in virtù di un allenamento costante, rendendo quindi più rapida ed efficace l’ossigenazione dei muscoli coinvolti

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Come utilizzare al meglio la respirazione nella corsa

Non forzate: Non è provando a forzare il respiro, quando lo sentite corto, che si migliora la situazione. Così facendo, infatti, nel tentativo di inalare con sforzo l’aria che sentiamo mancare, finiamo per comprimere organi come il fegato e la milza. Il risultato sono quei famosi dolori che ci piegano sulle gambe. La migliore risposta al fiato corto è quella di diminuire gradualmente l’andatura, fino ad arrivare ad un passo sostenuto, se serve, e poi accelerare di nuovo quando la sensazione di mancanza d’aria è completamente sparita.

Naso e bocca, perché no?: Ci è stato giustamente insegnato che respirare con il naso ed espirare con la bocca ci permette di introitare una qualità migliore di aria, approfittando dei filtri naturali che abbiamo nel nostro setto nasale. Durante la corsa, però, abbiamo visto che il nostro organismo ha bisogno di una quantità eccezionale di ossigeno. Per questo respirare sia con il naso che con la bocca aiuta a raggiungere l’apporto di ossigeno necessario, evitando ai nostri muscoli una carenza che potrebbe limitare la nostra attività nel giro di pochi minuti.

I tempi della respirazione: La regolarità, nella corsa, è importante sia per gestire il passo, sia per gestire la stessa respirazione. Regolare i tempi di inspirazione e di espirazione al numero di passi che compiamo correndo è molto importante per diminuire la tentazione di forzare quando ci sentiamo in difficoltà. Molti trainer consigliano di utilizzare un metodo 3-3, dove si inspira ogni tre passi per poi espirare dopo i tre passi ancora successivi. La frequenza però dipende molto dal singolo atleta e dalla velocità dell’andatura. Più la corsa è sostenuta e più, probabilmente, il numero di passi necessari tra un’inspirazione ed un’espirazione diminuisce. Nel caso dei velocisti spesso si raggiunge una respirazione 1-1.

Proteggere il respiro: Se il nostro allenamento si svolge durante i periodi freddi, quando cioè l’aria che inspiriamo è molto più fresca delle temperature interne al nostro organismo, sarebbe molto importante ridurre il gap attraverso una protezione (un colletto molto alto della tuta, piuttosto che un collare da sportivo). Durante la corsa può anche capitare che il corpo si abitui gradualmente e che la necessità della protezione venga meno.

Un ultimo importante consiglio

Quando si sottopone il nostro corpo ad uno sforzo energetico come quello prodotto dalla corsa, possono diventare più evidenti eventuali problematiche di respirazione. Queste, magari meno fastidiose in stato di riposo, possono alla lunga comunque creare effetti negativi sulla nostra salute.

In questi casi è molto importante rivolgersi a un professionista in grado di diagnosticare adeguatamente il problema riscontrato per poi individuare un idoneo percorso terapeutico. All’interno della nostra Casa di Cura opera il Professor Guido Bastianelli, rinomato otorinolaringoiatra, Medico Chirurgo e specializzato in molte branche della sua disciplina tra le quali la Patologia Cervico e Facciale e l’Allergologia e l’Immunologia Clinica. Nell’eventualità che vogliate prenotare una visita con il Prof. Bastianelli vi basterà utilizzare l’apposito servizio di prenotazione online che è disponibile anche in questa pagina in alto a destra (o a fine articolo per chi ci leggesse da smartphone).

Approfittiamo anche per riproporvi un video che abbiamo realizzato con il Professore, dedicato alle ostruzioni nasali. Buona visione!


 

una zuppa di broccoli

Dieta e Glicemia: un nuovo studio

Dieta e Glicemia: un nuovo studio

Un nuovo studio dimostra che una dieta a basso contenuto di carboidrati
aiuta le persone con diabete non trattato e quelle a rischio di diabete a ridurre la glicemia.

Sebbene le diete a basso contenuto di carboidrati siano spesso consigliate a coloro che sono in cura per il diabete, fino ad oggi esistevano poche prove che dimostrassero se mangiare meno carboidrati può influire sulla glicemia delle persone con diabete o prediabete che non assumono farmaci specifici.

In un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica JAMA Network Open, un gruppo di ricercatori hanno confrontato due gruppi specifici di soggetti: uno assegnato ad una dieta a basso contenuto di carboidrati e un altro che ha continuato a seguire la dieta abituale. Dopo sei mesi, il gruppo di soggetti che stava seguendo una dieta a basso contenuto di carboidrati ha registrato un importante calo dell’emoglobina A1c – un indicatore dei livelli di zucchero nel sangue – rispetto al gruppo che seguiva la dieta abituale. I soggetti appartenenti al gruppo con la dieta a basso contenuto di carboidrati ha anche mostrato una perdita di peso e ha registrato, a digiuno, livelli di glucosio più bassi.

Il messaggio che deve passare è che una dieta a basso contenuto di carboidrati, se mantenuta, potrebbe essere un approccio utile per la prevenzione e il trattamento del diabete di tipo 2, anche se sono necessarie ulteriori ricerche – afferma Kirsten Dorans, assistente alla cattedra di epidemiologia presso la Tulane University School of Public Health and Tropical Medicine e autrice principale della ricerca di cui parliamo.

Soltanto in Europa sono circa 61 milioni i soggetti affetti da diabete [dati aggiornati al 2021], una condizione che si verifica quando l’organismo non utilizza correttamente l’insulina e non riesce a regolare i livelli di zucchero nel sangue. È calcolato che il diabete di tipo 2 rappresenti nel mondo oltre il 90% dei casi.

Il diabete di tipo 2 può compromettere gravemente la qualità della vita con sintomi quali visione offuscata, intorpidimento di mani e piedi e stanchezza generale e può causare altri gravi problemi di salute come malattie cardiache, perdita della vista e malattie renali.

I risultati dello studio sono particolarmente importanti per i soggetti affetti da prediabete, i cui livelli di A1c sono superiori alla norma ma inferiori a quelli che verrebbero classificati come diabete.

Molte delle persone che si trovano nella condizione di prediabete non ne sono consapevoli. I soggetti affetti da prediabete sono a maggior rischio di diabete di tipo 2, infarto o ictus e di solito non assumono farmaci per abbassare i livelli di zucchero nel sangue: per questo una dieta sana è ancora più cruciale.

Lo studio ha coinvolto soggetti partecipanti la cui glicemia variava da livelli prediabetici a diabetici che non assumevano farmaci per il diabete. I partecipanti al gruppo a basso contenuto di carboidrati hanno visto i livelli di A1c ridursi dello 0,23% in più rispetto al gruppo che seguiva la dieta abituale, un valore che la Dott.ssa Dorans definisce “modesto ma clinicamente rilevante”.

È importante notare che i grassi costituivano circa la metà delle calorie assunte dai soggetti del gruppo a basso contenuto di carboidrati, ma stiamo parlando per lo più di grassi monoinsaturi e polinsaturi salutari presenti in alimenti come l’olio d’oliva e le noci.

Lo studio non dimostra che una dieta a basso contenuto di carboidrati sia in grado di prevenire il diabete, ma apre la strada a ulteriori ricerche su come mitigare i rischi per la salute di chi soffre di prediabete e diabete non trattato con farmaci.


 

una tazzina di caffè circondata da chicchi

Il caffè riduce il rischio di malattie cardiovascolari?

Il caffè riduce il rischio di malattie cardiovascolari?

Una nuova ricerca pubblicata sull’European Journal of Preventive Cardiology ha rilevato un’associazione tra bere caffè e vivere più a lungo, nel senso in cui si è studiato come l’assunzione della bevanda più amata dagli italiani sia in grado di contribuire a ridurre il rischio di malattie cardiovascolari.

In particolare, questo effetto è stato osservato tra coloro che bevevano circa due o tre tazze di caffè al giorno.

Tutti i tipi di caffè, tra cui macinato, istantaneo e decaffeinato, sembrano fornire questo supporto alla salute.

Gli effetti del caffè sulla durata della vita e sulla salute del cuore

Secondo gli autori della ricerca, l’obiettivo dello studio era quello di esaminare come bere vari tipi di caffè potrebbe influire sul rischio di episodi di ritmo cardiaco irregolare (aritmia), malattie cardiovascolari e livelli di mortalità.

Per condurre lo studio, i ricercatori hanno utilizzato i dati della UK Biobank: un ampio studio, tutt’ora in corso che sta fornendo ad un nutrito gruppo di ricercatori, dati medici e genetici di circa 500.000 volontari di età compresa tra i 40 e 69 anni età.

L’età media delle persone coinvolte nello studio è di 58 anni. Le donne costituiscono il 55,3% del campione.

I tipi di malattie cardiovascolari presi in esame sono stati la malattia coronarica, l’insufficienza cardiaca congestizia e l’ictus ischemico.

All’inizio dello studio, complessivamente, sono state reclutate 449.564 persone i cui dati parametrici escludevano aritmia o malattie cardiovascolari.

Agli intervistati è stato chiesto quante tazze di caffè bevessero su base giornaliera, così come la tipologia di caffè consumato. I dati raccolti sono poi stati inseriti in una categoria in base al loro livello di consumo, all’interno della quale sono stati inseriti, per un confronto, anche un gruppo soggetti che normalmente non consumano la diffusissima bevanda.

Le cartelle cliniche sono state utilizzate per valutare come i vari gruppi selezionati hanno reagito nel tempo.

L’analisi dei dati a disposizione del gruppo di ricerca ha portato alla scoperta che tutti i tipi di caffè erano associati a un ridotto rischio di morte per qualsiasi causa tra quelle sopraelencate e che, inoltre, la maggiore riduzione del rischio è stata osservata in coloro che usualmente consumano da due a tre tazze di caffè al giorno.

Tra le varie tipologie esistenti, il caffè macinato è stato collegato alla maggiore riduzione del rischio, con una probabilità di morte inferiore del 27% rispetto a coloro che non bevono solitamente il caffè.

Quelli relativi al caffè istantaneo sono i dati che, invece, hanno mostrato la minima riduzione del rischio all’11%. Tuttavia, tutti i tipi di caffè sembrano fornire una certa protezione.

Quando si vanno ad analizzare i dati relativi alle malattie cardiovascolari, tutti i tipi di caffè sono risultati collegati ad una evidente riduzione delle problematiche cardiovascolari. Questo effetto è stato misurato anche e soprattutto -di nuovo – ad un livello di consumo di due o tre tazze al giorno.

In questo contesto il caffè macinato ha fornito ancora una volta la maggiore capacità di riduzione del rischio al 20%, mentre il decaffeinato ha fornito la riduzione minima al 6%. Questo e altri dati disponibili suggeriscono che bere modeste quantità di caffè – da due a tre tazze al giorno di tutti i tipi – produce effetti cardioprotettivi.

Come mai il caffè è in grado di fornire questi benefici alla salute?

Sebbene lo studio non affronti direttamente questa domanda, i dati mostrano che ad essere d’aiuto potrebbe essere la presenza di caffeina.

La caffeina, infatti, ha proprietà antiaritmiche, in particolare grazie all’inibizione dei recettori dell’adenosina (una sostanza chimica presente nelle cellule umane). L’adenosina endogena accorcia i periodi refrattari sia nell’atrio (camera superiore del cuore) che nel ventricolo (camera inferiore del cuore) e di conseguenza aumenta il rischio di aritmie. Bloccando i recettori dell’adenosina, il caffè con caffeina è capace di mitigare gli effetti dell’adenosina endogena presente nel corpo e proteggere dalle aritmie.

Le persone con malattie cardiovascolari dovrebbero quindi bere caffè?

Il Dr. Jim Liu, cardiologo presso il Wexner Medical Center dell’Ohio State University, consiglia di bere il caffè con moderazione, sottolineando che è generalmente sicuro e che ha anche potenziali benefici per la salute cardiovascolare a lungo termine. Tuttavia, ricorda, il caffè è uno stimolante e può avere effetti a breve termine come aumento della pressione sanguigna e palpitazioni.

“Il caffè è uno stimolante”, avverte, “e può avere effetti a breve termine come aumento della pressione sanguigna e palpitazioni”.

Se una persona ne beve quantità eccessive sino al punto da sentirsi male a causa di palpitazioni fastidiose, privazione del sonno o altri effetti negativi, sarebbe meglio ridurlo – conclude.

È consigliato, inoltre, prestare attenzione a ciò che si aggiunge al caffè, come ad esempio lo zucchero. Alcune bevande e preparazioni a base di caffè contengono grandi quantità di zucchero e sono molto caloriche: il loro consumo può contrastare i benefici del caffè stesso.

Bisogna aggiungere anche che è stato dimostrato come l’assunzione di caffè possa in parte diminuire gli effetti dei medicinali per la cura dell’ipertensione. È quindi sempre fondamentale, da soggetto a soggetto, che l’ultima parola spetti al medico di fiducia: unico referente che, conoscendo l’anamnesi dei propri pazienti, è in grado di fornire il consiglio migliore.


 

pasticche di vitamina di disposte come a formare i raggi del sole

Vitamina D: quanto ne abbiamo davvero bisogno e in quali casi?

Vitamina D: quanto ne abbiamo davvero bisogno e in quali casi?

La vitamina D non è la panacea per risolvere tutti i problemi,
ma ha mostrato risultati promettenti in alcune aree chiave.

Per anni si è pensato alla vitamina D come a un integratore miracoloso in grado di ridurre il rischio di sviluppare cancro, malattie cardiovascolari, diabete, fratture ossee e un lungo elenco di altre malattie, croniche e non.

Una serie importante di studi realizzati negli ultimi anni ha dimostrato che la vitamina D non è la panacea che può risolvere tutti i problemi: la stragrande maggioranza di noi ottiene già tutta la vitamina D di cui ha bisogno grazie ad una dieta corretta e ai benefici dei raggi solari.

La domanda importante da porsi – anzi da porre preferibilmente al medico di famiglia – è: ho davvero bisogno di un integratore? Per la maggior parte degli adulti sani, la risposta è no. Abbiamo bisogno solo di quantità moderate di questa vitamina.

Nel 2009 è stato avviato uno studio in doppio cieco volto a fornire risposte più chiare sulla possibilità che l’integrazione di Vitamina D possa prevenire malattie cardiache, ictus e cancro. Lo studio randomizzato, realizzato negli Stati Uniti su scala nazionale chiamato VITAL Study, ha reclutato quasi 26.000 adulti e li ha seguiti per cinque anni. I partecipanti allo studio hanno accettato di ricevere un placebo o 2.000 unità internazionali di vitamina D al giorno, senza sapere quale stessero assumendo.

I primi risultati, pubblicati nel 2019, non hanno rilevato alcuna riduzione statisticamente significativa delle malattie cardiovascolari o del cancro. Anche altri studi randomizzati non hanno rilevato chiari benefici degli integratori di vitamina D per queste malattie. In particolare è stato pubblicato uno studio che analizzava gli integratori di vitamina D e il rischio cardiovascolare raccogliendo dati da ben 21 studi randomizzati condotti su oltre 83.000 persone. Questa analisi non ha trovato un solo studio che dimostrasse un beneficio legato alle malattie cardiovascolari.

Anche i risultati di altri studi hanno dimostrano che gli integratori di vitamina D non riducono il rischio di declino cognitivo, depressione, fibrillazione atriale o diverse altre condizioni di salute. Si deve citare anche un rapporto recente che non ha mostrato alcuna riduzione del tasso di rischio fratture ossee collegato all’assunzione di integratori da vitamina D: idea che un tempo era citata come il beneficio più comune legato a questa vitamina.

La vitamina D, quindi, non è una panacea. Ma rimane uno strumento fondamentale specificatamente per due aree di intervento.

Sempre nell’ambito dei risultati ottenuti dal sopracitato VITAL Study, si è scoperto che gli integratori di vitamina D possono avere effetti benefici sulla riduzione delle malattie autoimmuni e del cancro in fase avanzata. L’integrazione di Vitamina D sembra, in questo caso, ridurre il rischio di sviluppare condizioni autoimmuni come l’artrite reumatoide e la psoriasi di circa il 22% e il cancro avanzato del 17%.

Altri studi hanno indicato che la vitamina D può migliorare la funzione immunitaria e contribuire a ridurre l’infiammazione, il che può contribuire a spiegare il possibile legame tra la vitamina e i migliori risultati in ambito clinico.

Confrontarsi con il proprio medico

Chiunque rientri in una categoria a rischio di carenza da vitamina D, dovrebbe confrontarsi inizialmente con il proprio medico di riferimento così da valutare l’opportunità di assumere un integratore e di sottoporsi a un test dei livelli ematici di vitamina D. Tra le categorie più a rischio per questa deficienza si segnalano nello specifico

  • le persone che vivono in case di riposo, dove l’esposizione al sole potrebbe essere scarsa
  • le persone con determinate restrizioni alimentari come una grave intolleranza al lattosio
  • le persone con condizioni di malassorbimento come il Morbo di Crohn o la celiachia
  • le persone in cura per l’osteoporosi o altri problemi di salute delle ossa.

Per il resto, se vi sentite bene e siete in buona salute, il test per la vitamina D è probabilmente inutile. Tra gli studi effettuati nel corso degli ultimi anni – tra i quali questo per citarne uno – non sono state trovate prove sufficienti per raccomandare uno screening di routine legato a questa vitamina.

Qualche accorgimento

Se siete ancora preoccupati per i vostri livelli di vitamina D, ma non fate parte di un gruppo ad alto rischio, provate ad adottare alcuni semplici accorgimenti per aumentarne l’assunzione.

Per quanto riguarda la dose raccomandata di vitamina D quotidiana, fate sempre riferimento al vostro medico di fiducia. I valori infatti variano in base all’età e ad altri fattori legati alle condizioni specifiche di ogni persona.

Tra gli alimenti che consigliamo relativamente all’apporto di vitamina D ci sono i funghi selvatici e i pesci grassi come il salmone, le sardine e il tonno, ma anche burro, carne di fegato, formaggi grassi.

Inoltre, un’uscita di 15 minuti a piedi un paio di volte alla settimana a mezzogiorno è solitamente sufficiente a far sintetizzare alla pelle una quantità ottimale di vitamina D. Può trattarsi anche di un’esposizione accidentale al sole, ad esempio mentre si fanno delle commissioni. Un’idea ancora migliore per la salute è quella di fare attività fisica all’aperto, ad esempio praticando sport o andando a correre. In questo caso vi ricordiamo di utilizzare una crema di protezione solare che, sì, riduce leggermente l’assorbimento dei raggi solari, ma è fondamentale per prevenire il cancro della pelle e l’invecchiamento precoce della pelle, se l’esposizione al sole è prolungata.

Anche se è molto più facile prendere una pillola che fare attività fisica all’aria aperta e mangiare in modo sano, questi ultimi due aspetti fanno di più per mantenervi in salute e ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, cancro e diabete. L’assunzione di un integratore non potrà mai sostituire una dieta e uno stile di vita sani.


 

una dottoressa esamina la bocca di un bambino sofferente

Le Afte: che cosa sono e come trattarle

Le Afte: che cosa sono e come trattarle

Le ulcere della bocca

Le afte sono aree dolorose della bocca e delle gengive, note anche come ulcere della bocca.

Pur essendo per lo più innocue, le afte possono essere estremamente fastidiose e rendere difficile per alcune persone mangiare, bere o anche lavarsi i denti.

Le afte hanno dimensioni diverse e i sintomi esatti dipendono dal tipo di lesione.

Cause principali

La causa esatta delle afte non è ancora nota e varia da persona a persona. Tuttavia, esistono alcune cause comuni e diversi fattori che possono aggravare le afte, tra le quali:

  • smettere di fumare
  • agrumi e altri alimenti ad alto contenuto di acidità o di spezie
  • mordersi la lingua o l’interno della guancia
  • apparecchi ortodontici, protesi dentarie poco aderenti e altri apparati che possono sfregare contro la bocca e le gengive
  • un’otturazione difettosa
  • stress o ansia
  • cambiamenti ormonali durante la gravidanza, la pubertà e la menopausa
  • farmaci, compresi i beta-bloccanti e gli antidolorifici
  • fattori genetici

Alcune persone possono sviluppare l’ulcera alla bocca come conseguenza di un’altra condizione medica o di una carenza nutrizionale.

Condizioni come la celiachia o il Morbo di Crohn, la carenza di vitamina B12 o di ferro o un sistema immunitario indebolito possono scatenare la formazione di afte.

Le Afte sono di natura cancerogena?

Il cancro della bocca e le afte si differenziano per i loro sintomi. Tuttavia le ulcere nuove o persistenti dovrebbero essere controllate il prima possibile a partire da un consulto con il medico personale.

Per rispondere più approfonditamente alla questione dobbiamo rilevare l’esistenza di differenze fondamentali tra le ulcere della bocca e ciò che potrebbe essere un cancro:

  • Le ulcere della bocca sono spesso dolorose, mentre le lesioni di tipo cancerogeno non lo sono.
  • Le ulcere della bocca scompaiono normalmente nel giro di 2 settimane, mentre il cancro della bocca non scompare e spesso, anzi, si diffonde.
  • La crosticine create dalla lesione, in caso di cancro della bocca, sono ruvide, dure e non facili da rimuovere.
  • Il cancro della bocca è spesso un misto di aree rosse e bianche o di grandi aree bianche che compaiono sulla lingua, sul retro della bocca, sulle gengive o sulle guance.
  • Il cancro della bocca è spesso legato al consumo di alcolici o di tabacco.

Come trattare le Afte

In molti casi il dolore e il fastidio delle afte si attenuano in pochi giorni e scompaiono, come detto, in circa 2 settimane e senza necessità di trattamento.

Per le persone con afte molto più dolorose o che si ripresentano frequentemente, il dentista può prescrivere una soluzione per ridurre il gonfiore e attenuare il dolore.

Inoltre è possibile prescrivere un collutorio antimicrobico o una pomata da applicare direttamente sulla zona infetta, contribuendo ad alleviare il fastidio. Diversi trattamenti per le afte sono facilmente reperibili in farmacia, facendo sempre riferimento al medico di famiglia.

un'afta nella parte interna della bocca di un bambino

Tipologie di ulcere alla bocca

Le afte standard compaiono sulla parte interna delle guance e durano circa 1 settimana. La maggior parte è innocua e si risolve senza alcun intervento medico.

Esistono tre tipi principali di afte.

Ulcerazione erpetiformeLe ulcere erpetiformi (o Afte erpetiformi) sono un sottotipo di ulcere che devono il loro nome alla somiglianza con le piaghe associate all’herpes. A differenza dell’herpes, l’Ulcera erpetiforme non è contagiosa, si ripresenta molto rapidamente e può sembrare che la condizione non migliori mai.

Ulcere minori: Questo tipo di ulcere può avere dimensioni che vanno da circa 2 millimetri (mm) fino a 8 mm. In genere, queste afte impiegano fino a 2 settimane per guarire e causano un dolore lieve.

Ulcere maggiori: Più grandi delle ulcere minori, le ulcere maggiori hanno spesso una forma irregolare, possono essere rialzate e penetrare più in profondità nel tessuto rispetto alle ulcere minori. In questo caso potrebbero volerci parecchie settimane prima di guarire ed è probabile che lascino un tessuto cicatriziale quando scompaiono.

Quali sono i sintomi?

Le afte possono essere dolorose, ma il fastidio e il dolore possono anche peggiorare a prevalentemente per via di cibo, bevande e scarsa igiene orale.

Le Afte possono:

  • presentarsi come ulcere estremamente dolorose nella bocca
  • ripresentarsi molto rapidamente, tanto da far sembrare le infezioni come un’unica lunga infezione continua
  • aumentare di dimensioni, fino a formare un’ulcera grande e lacerata
  • richiedere dai 10 a più giorni per guarire
  • comparire in qualsiasi punto della bocca

Le Afte colpiscono solitamente più le donne che gli uomini e sono più comuni durante la Terza Età.

I sintomi delle ulcere minori e maggiori comprendono:

  • una o più piaghe dolorose che possono comparire sulle guance, sul palato o sulla lingua
  • la comparsa di lesioni rotonde con bordi rossi e gialle, bianche o grigie al centro.

Durante i focolai più gravi di afte, alcune persone possono manifestare febbre, fiacchezza e gonfiore delle ghiandole.

Quando rivolgersi al medico

Per le persone che si ammalano spesso di afte può essere difficile capire quando rivolgersi al medico. Vi sono tuttavia alcune situazioni in cui è necessario rivolgersi a un medico il prima possibile. Alcune di queste circostanze sono:

  • comparsa di un’ulcera non dolorosa in una o più aree della bocca
  • ulcere insolite che compaiono in un nuovo punto della bocca
  • ulcere che si diffondono
  • ulcere che durano più di 3 settimane.

Altri potrebbero voler consultare un medico o sottoporsi a un trattamento per le loro ulcere alla bocca se:

  • sono particolarmente dolorose o grandi
  • compare la febbre
  • si sviluppano dopo l’assunzione di un nuovo farmaco
  • infezioni batteriche secondarie

Prevenzione

Le afte non hanno una cura specifica conosciuta e in genere si ripresentano nel cavo orale per tutta la vita.

Anche se la comparsa di un’ulcera può essere inevitabile, ci sono alcune cose che si possono fare per diminuire la gravità o il numero di volte in cui si manifesta.

Alcuni metodi di prevenzione includono:

  • parlare con il medico per cambiare i farmaci che notoriamente causano l’ulcera
  • evitare gli alimenti che possono scatenare o peggiorare i sintomi
  • mantenere la bocca pulita lavandosi i denti con lo spazzolino più volte al giorno, utilizzando quotidianamente anche il filo interdentale
  • evitare i fattori scatenanti che in passato hanno provocato l’insorgenza di ulcere.

Fortunatamente, le afte tendono a scomparire da sole e il dolore associato a un’ulcera scompare in genere entro un paio di giorni.

Esistono alcuni farmaci sotto forma di pomate e soluzioni che possono aiutare a contrastare il dolore e il gonfiore, ma spesso non sono necessari per una completa guarigione.

Per prevenire futuri focolai, le persone dovrebbero cercare di ridurre il più possibile lo stress e l’ansia.


 

immagine stilizzata del comportamento del cervello

Come il cervello riconosce gli oggetti

Uno studio del MIT svela un complesso meccanismo del cervello

Alcuni neuroscienziati provano come la corteccia inferotemporale del cervello sia in grado di identificare gli oggetti

Quando i nostri occhi sono aperti il flusso visivo passa dalla retina, attraverso il nervo ottico, fino al cervello, che assembla tutte le informazioni per ricostruire oggetti e scenari.

Gli scienziati avevano precedentemente ipotizzato come gli oggetti fossero riconosciuti nella circonvoluzione temporale inferiore (IT), che si trova vicino alla fine di questo percorso che le informazioni compiono, chiamato anche il flusso ventrale. Un nuovo studio condotto da neuroscienziati del MIT ce ne dà adesso conferma.

Utilizzando dati provenienti sia da primati umani che non umani, i ricercatori hanno riscontrato che i modelli di neuroni della corteccia IT sono correlati fortemente al successo delle attività cerebrali di riconoscimento degli oggetti.

Mentre sapevamo da lavori precedenti che le attività dei gruppi neuronali della corteccia temporale inferiore erano alla base del complesso sistema di riconoscimento degli oggetti, non avevamo fino ad oggi una mappa completa che ci permettesse di legarli alla percezione degli oggetti ed al comportamento. I risultati di questo studio invece dimostrano proprio questo, collegando la popolazione neuronale di quella zona specifica del nostro cervello al riconoscimento di diversi tipi di oggetti e al conseguente comportamento che la loro percezione stimola

dichiara James DiCarlo, coordinatore del Department of Brain and Cognitive Sciences del MIT, membro del McGovern Institute for Brain Research, e senior author dello studio apparso sul Journal of Neuroscience.

L’autore principale della ricerca è Najib Majaj, ricercatore che ha svolto il post dottorato proprio nel laboratorio curato dal Dr. DiCarlo e che adesso lavora presso la New York University. Gli altri autori, Ha Hong e Ethan Solomon, sono entrambi laureati presso il MIT.

Distinguere gli oggetti

Nella parte iniziale del percorso delle informazioni attraverso il flusso ventrale si ritiene che avvenga il riconoscimento di elementi visivi di base come la luminosità e l’orientamento. Funzioni molto più complesse invece si aggiungono nelle fasi successive: proprio il riconoscimento degli oggetti vero e proprio avverrebbe nella corteccia IT.

Per confermare questa teoria  i ricercatori hanno da prima chiesto a soggetti umani di eseguire 64 attività di riconoscimento degli oggetti. Alcuni di questi compiti erano molto banali, come distinguere una mela da un’auto. Altri – come distinguere due volti molto simili – erano così difficili che i soggetti hanno risposto correttamente soltanto nel 50% dei casi.

Dopo aver misurato le prestazioni umane, i ricercatori hanno poi utilizzato lo stesso set di quasi 6.000 immagini con primati non umani, registrando l’attività elettrica nei lor neuroni della corteccia temporale inferiore e di un’altra regione visiva nota come V4. Ognuno dei neuroni del gruppo della corteccia IT e di quelli della regione V4 si accendeva per alcuni oggetti e non per altri, dando ai ricercatori la possibilità di realizzare una vera e propria mappa da confrontare con quella realizzata studiando il comportamento del cervello dei soggetti umani.

I ricercatori hanno scoperto, nei primati non umani, che i modelli costruiti sulle reazioni dei neuroni della corteccia IT, e non quelli della regione V4, coincidevano perfettamente con le prestazioni umane che erano state misurate. Cioè, quando gli esseri umani hanno avuto difficoltà a distinguere due oggetti, i comportamenti neurali per quegli oggetti erano così simili da essere indistinguibili, mentre, come per le coppie in cui l’uomo è riuscito, i modelli neurali erano molto diversi.

Sulle stimolazioni semplici, la corteccia IT si è comportata così come negli esseri umani, sugli stimoli complessi ha fallito allo stesso modo, come ci aspettavamo – conferma Majaj -Abbiamo avuto conferma della correlazione tra comportamento e risposte neurali.

I risultati supportano l’ipotesi che i modelli di attività neurale nella corteccia IT possono codificare rappresentazioni di oggetti sufficientemente dettagliate da permettere al cervello di distinguere oggetti diversi, concludono i ricercatori.

Nikolaus Kriegeskorte, uno dei principali ricercatori presso la Cognition and Brain Sciences Unità di Medical Research Council di Cambridge, nel Regno Unito, pur non avendo fatto parte del team di ricerca concorda sul fatto che lo studio

offre la prova cruciale a sostegno dell’idea che la corteccia temporale inferiore contiene gli strumenti neuronali che portano al riconoscimento degli oggetti nell’apparato visivo umano. Questo studio è esemplare per il metodo originale e rigoroso con il quale si sono stabiliti legami tra le osservazioni cerebrali e le attività comportamentali umane.

I modelli di ricerca

I ricercatori hanno testato, inoltre,  più di 10.000 altri modelli possibili su come il cervello potrebbe codificare la rappresentazione degli oggetti. Questi modelli variano in base alla zona del cervello attivata, al numero di neuroni richiesti, e alla finestra di tempo utilizzata dall’attività neuronale. Molti di questi modelli però sono stati scartati in quanto offrivano risultati molto diversi paragonando quelli rilevati sugli esseri umani rispetto a quelli rilevati su altre forme di primati.

Volevamo che la performance dei neuroni riscontrate sui primati corrispondessero perfettamente a quelle dei modelli umani: e cioè che i compiti facili risultassero facili per la mentre i riconoscimenti complessi avvenissero, per i neuroni, con difficoltà – conclude Majaj.

Il gruppo di ricerca si ripropone adesso di raccogliere ancora più dati, attraverso la costruzione di nuovi modelli, più complessi, di riconoscimento. Nuovi test, sempre più specifici, richiederanno una più approfondita mappatura neuronale, che forse non è ancora completamente a disposizione della scienza.

Questi test, quindi, avranno il duplice scopo di permetterci di capire sempre di più, e meglio, come funzioni il rapporto tra il riconoscimento di ciò che ci circonda e il nostro comportamento, ma anche di avere una visione più chiara e attendibile dei vari livelli di reti neuronali che compongono il nostro complesso sistema visivo. Le frontiere della neuroscienza continuano ad espandersi ed è ancora difficile intuire dove potremo arrivare e che cosa scopriremo di nuovo su di noi.

fonte: MIT News

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